Le mani legate di Roma sul caso Regeni È l’Egitto a decidere cosa condividere

Le mani legate di Roma sul caso Regeni È l’Egitto a decidere cosa condividere

ROMA Tra Italia e Egitto non c’è un trattato di cooperazione giudiziaria. Il poco che è accaduto finora nei rapporti fra magistrati è solo frutto delle rispettive buone volontà, come quello che potrà accadere in futuro. Spirito di collaborazione, e niente altro. Questa sconsolata ma realistica premessa è necessaria per farsi un’idea di che cosa ci si può legittimamente attendere dalla doppia inchiesta — egiziana e italiana — sul sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. Due indagini che in realtà sono una sola, di cui restano titolari gli inquirenti del Cairo; la Procura di Roma può offrire l’aiuto eventualmente richiesto e giudicare i risultati.

Su di essa confida il premier Matteo Renzi, quando chiede che «abbia accesso a tutte le carte» e ribadisce che «noi ci fermeremo soltanto quando avremo trovato la verità». Che non può essere nessuna delle tante vagheggiate finora, compresa l’ultima messinscena dalla quale sembra che anche gli egiziani intendano fare marcia indietro: i cinque presunti criminali comuni uccisi e asseritamente trovati in possesso del passaporto e di altri documenti di Regeni. Martedì prossimo, giorno fissato per l’incontro tra gli investigatori dei due Paesi sollecitato da una lettera del ministro dell’Interno Alfano, proprio a partire da quell’episodio si potrà capire quanto le autorità del Cairo facciano sul serio.

Il nuovo depistaggioAl di là della incredibile, prima ricostruzione dei fatti, la storia dei morti ammazzati collegati al giovane ricercatore assassinato ha aperto un nuovo filone investigativo: la ricomparsa dei documenti d’identità di Giulio, che verosimilmente sono stati messi a bella posta accanto ai cadaveri, o nelle loro abitazioni, in un goffo tentativo di depistaggio. Da chi? E perché? La tv locale Dream ha trasmesso l’intervista allo zio di una delle vittime, secondo il quale il nipote fu prelevato dalla polizia e poi ucciso, con colpi sparati quasi a bruciapelo: ci sono riscontri a queste affermazioni? O smentite attendibili?

Se gli elementi che i poliziotti egiziani porteranno a Roma la prossima settimana daranno qualche pur generica indicazione per rispondere a queste domande, vorrà dire che la dichiarata disponibilità a cercare la verità è quantomeno credibile (che poi arrivi a qualche risultato è un’altra storia); se viceversa le risposte del Cairo ignoreranno questo capitolo dell’indagine, limitandosi a fornire le informazioni richieste ormai due mesi fa, sarà lecito dubitare delle reali intenzioni egiziane.

Il rientro in Italia del team investigativo composto da poliziotti del Servizio centrale operativo e carabinieri del Ros (uno o due componenti sono comunque rimasti al Cairo, per ogni evenienza) serve a preparare al meglio l’incontro di martedì. Che difficilmente si rivelerà «il giorno della verità», ma potrà fornire qualche dettaglio in più. Per esempio: l’identità certa e i contatti telefonici delle persone indicate come coinvolte nel sequestro di Giulio, per verificare se davvero qualcuno di loro è stato nei pressi dell’abitazione del ragazzo il giorno del rapimento, o del luogo in cui è stato ritrovato il cadavere, una settimana dopo. E ancora: come si sono mossi e con quali persone hanno parlato nei giorni della scomparsa di Regeni.

Nuove richiesteAnche l’elenco delle telefonate fatte e ricevute da Giulio nelle ultime settimane della sua esistenza (non solo degli ultimi tre giorni, già fornito) è atteso dagli investigatori italiani; così come quelle del coinquilino che, secondo alcune testimonianze, avrebbe parlato di visite della polizia locale a Regeni prima della sua sparizione: l’uomo è già stato interrogato al Cairo, ma su questo punto non gli sono state fatte domande. E sempre a proposito di tabulati, bisognerà vedere se gli egiziani porteranno dei semplici numeri di telefono oppure anche dei nomi, e magari i risultati di accertamenti già svolti sul loro conto; sarà un’altra prova delle loro reali intenzioni.

Ieri la Procura generale del Cairo ha annunciato la creazione di un pool di magistrati dei vari distretti interessati dalle indagini, e ha confermato l’intesa raggiunta con Roma per «scambiare le informazioni fino ad arrivare agli autori di questo caso e a portarli davanti a un tribunale penale per essere puniti per quello che hanno commesso». Renzi si affida all’esperienza e alla professionalità del procuratore Pignatone. Il quale per adesso, insieme al sostituto Colaiocco, non può che attendere di conoscere quello che i colleghi egiziani intenderanno condividere. E magari proporre un protocollo bilaterale che permetta a poliziotti e carabinieri di partecipare alle attività d’indagine più e meglio di come hanno fatto finora. Ma è indispensabile, per l’appunto, la disponibilità del Cairo.

Il nodo politicoEcco perché il nodo resta politico, prima che giudiziario. È ciò che sostiene il senatore Luigi Manconi, che affianca la famiglia Regeni come ha fatto in passato con i familiari di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e altri morti in stato di detenzione. In quei casi però, la magistratura aveva in mano le redini delle indagini; qui no. «I margini dell’azione penale italiana sono strettissimi — spiega Manconi —, perciò bisogna agire politicamente per costringere l’Egitto a dare sostanza alla propria azione penale».

Giovanni Bianconi



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