Cheffou

Il reporter scagionato dal telefono fisso «Sono innocente e odio quelli dell’Isis»

 Fayçal Cheffou ritorna nella sua casa a Maelbeek. I vicini: è un tipo paranoico

Marco Imarisio, Corriere della Sera • 30/3/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 662 Viste

BRUXELLES Quando chiedi dell’inquilino del terzo piano sogghignano. E accelerano il passo. «Beh, certo non è simpatico». Così la signora Caterine, all’ammezzato. «Un tipo paranoico» taglia corto la greca Mylona, che abita sotto di lui. Chissà che spasso le riunioni di condominio per Fayçal Cheffou, stragista per tre giorni prima di essere scagionato dalla procura federale. Con vicini di casa così, chi ha bisogno di nemici.

Anche il palazzo dove abita l’ex uomo con il cappello faceva parte delle «prove» raccolte dalla polizia contro di lui. Non siamo nella solita Molenbeek, dove pure ieri si è rifugiato, dai genitori e dalla sorella, ma davanti alla sede del Consiglio europeo, a pochi metri di stanza dalla fermata di Maelbeek. I pareri unanimi e certo non positivi sul suo conto potrebbero essere addebitati al limbo dove si trova, innocente ma non troppo, ancora sotto inchiesta per strage. «Questione di tempo. Rimettendolo in libertà il giudice ha implicitamente riconosciuto di essere su una falsa pista».

L’avvocato Olivier Martins ha visto il suo cliente solo una volta ed è consapevole del fatto che l’ombra del sospetto non è facile da allontanare. «L’ho incontrato all’interrogatorio. Ho sentito le sue spiegazioni in diretta. Piangeva, urlava la sua innocenza, diceva di essere solo un attivista contro l’islamofobia, di odiare l’Isis, di non approvare nulla di quel che fa il sedicente Stato islamico. Mi ha convinto, altrimenti non sarei qui a parlarne». La sorella della sua socia è rimasta gravemente ferita durante l’esplosione avvenuta martedì scorso all’aeroporto. Lo studio del penalista che ha già difeso Ali Oulkadi, uno dei due amici di Salah Abdeslam che la notte del 13 novembre riportarono a Molenbeek l’unico superstite del commando che fece strage a Parigi, è poco distante dal carcere dove il suo nuovo assistito ha trascorso i suoi giorni da mostro.

A salvare Cheffou è stato il telefono. «Diceva che durante gli attacchi si trovava in casa, e aveva ricevuto due telefonate sul numero fisso». Martins ha chiesto al giudice di fare subito una analisi dei tabulati per sapere se l’alibi era confermato. «Solo in quel caso avrei proseguito la sua difesa». Subito dopo si è sfaldata la testimonianza del tassista che ha condotto il commando suicida in aeroporto. «Pochi sanno che della famosa immagine ripresa dalle telecamere aveva riconosciuto solo il mio assistito e non gli altri due accanto a lui. Durante il confronto all’americana, poi, si è limitato a dire che Cheffou aveva “alcuni” tratti corrispondenti a quelli di una persona che aveva trasportato». L’esame del Dna sul carrello trasportato dall’uomo con il cappello ha poi dato esito negativo. Infine, la comparazione delle due fisionomie. Secondo gli esperti l’uomo con il cappello è alto almeno un metro e 75. Cheffou misura dieci centimetri in meno.

Il Belgio è un Paese in preda all’autoflagellazione che al tempo stesso lamenta l’accanimento dei media internazionali. E ogni giorno ha la sua pena. Il 16 marzo, sei giorni prima degli attacchi di Bruxelles, l’Fbi aveva trasmesso informazioni sui precedenti criminali e sulla radicalizzazione dei fratelli Bakraoui alla polizia olandese, che li aveva poi girati ai colleghi belgi. Il clima non aiuta la presunzione di innocenza e neppure certi dettagli di pubblico dominio. Il quotidiano La Capitale riferisce che sul cellulare di Cheffou sarebbe stata ritrovata l’immagine di un detonatore, e proprio dall’indagine su di lui gli investigatori sarebbero risaliti all’appartamento di Schaerbeek dove sono state fabbricate le bombe di Bruxelles. «Credo che a causa dei suoi precedenti e delle sue frequentazioni ci sia un pregiudizio» dice Martins. «Ma il passato non conta». A proposito, l’avvocato conferma di aver difeso per reati comuni anche Brahim Abdeslam, fratello di Salah, il terrorista che a Parigi si fece saltare in aria davanti a un locale dell’undicesimo arrondissement. Ma questo non è un indizio, si chiama stato di diritto.

Marco Imarisio

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