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Il Ttip già morto prima di nascere?

Il Trattato di libero scambio transatlantico sta arenandosi per mancanza di trasparenza, troppo potere alle multinazionali contro i diritti sociali e ambientali

Anna Maria Merlo, il manifesto • 24/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Europa, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1289 Viste

Usa-Ue. Grossa contestazione a Hannover. Lunedi’ incontro Merkel, Obama, Cameron, Hollande, Renzi.

Lunedi’ 25 aprile, ad Hannover, avrà luogo una riunione informale tra Angela Merkel, Barack Obama, David Cameron, François Hollande e Matteo Renzi. In agenda, una discussione sulle questioni internazionali. Tra queste, in primo piano c’è il negoziato sul Ttip, il Trattato di libero scambio transatlantico, tra Usa e Ue, che sempre lunedi’ aprirà a New York il 13esimo ciclo di trattative. Ieri, in attesa dell’arrivo di Obama domenica, c’è stata una grossa manifestazione a Hannover, per contestare una volta di più il Ttip. Nell’ottobre scorso, a Berlino c’era già stato un mega-corteo contro un accordo accusato di aumentare il potere delle multinazionali, a detrimento della democrazia, delle leggi sociali e della protezione dell’ambiente. Persino Obama, che avrebbe voluto concludere il Ttip prima della scadenza del suo mandato, ha ammesso, nella tappa a Londra, che nel passato gli accordi commerciali “a volte sono andati a vantaggio degli interessi delle grandi imprese e non necessariamente di quelli dei lavoratori dei paesi dove sono basate”. Obama, visti gli ostacoli crescenti sul fronte europeo, potrebbe concentrarsi sulla conclusione della Partnership Trans-Pacifico, che è a uno stadio più avanzato, mentre la campagna per le presidenziali Usa è attraversata da un forte vento di sfida nei confronti di una mondializzazione sempre più sfrenata. Angela Merkel, che nella Ue è sempre più isolata nella difesa dei vantaggi del Ttip, ha affermato ieri che l’accordo Ue-Usa non è “un passo indietro sulle nostre norme, noi proteggiamo la posizione europea sull’ambiente e la difesa dei consumatori”. Su questo fronte, l’asse franco-tedesco sta prendendo un nuovo colpo, dopo i dissensi sui rifugiati. In Francia si alzano sempre più voci per mettere termine alla trattiva sul Ttip. Hollande, nell’intervento alla tv del 14 aprile scorso, ha affermato: “la Francia ha posto le proprie condizioni, ha detto che se non c’è reciprocità, se non c’è trasparenza, se c’è un rischio per gli agricoltori, se non c’è accesso agli appalti pubblici e se, al contrario, gli Usa possono aver accesso a tutto quello che facciamo qui, non l’accettero’”. Nella Ue, in ogni caso, anche in caso di accordo, ci sarebbe la spada di Damocle di un nuovo referendum in Olanda (che qualche settimana fa ha già votato contro l’accordo di associazione Ue-Ucraina).

Le opinioni pubbliche, sia nella Ue che negli Usa, sono sempre più contrarie (secondo un recente sondaggio, solo il 15% degli statunitensi e il 17% dei tedeschi pensano che il Ttip sarebbe una buona cosa). Non è tanto l’abbassamento delle barriere doganali a preoccupare, visto che sono già molto basse nel commercio tra Ue e Usa (solo in alcuni settori restano significative). La controversia è su alcuni punti, al di là dei dubbi sulla reciprocità negli appalti pubblici: i tribunali arbitrali, destinati a risolvere i contenziosi tra imprese e stati; i rischi che corrono le norme sociali e ambientali, che possono venire spazzate via dagli interessi delle multinazionali; e la mancanza assoluta di trasparenza nei negoziati (persino gli europarlamentari che hanno potuto vedere alcune pagine della trattativa, l’hanno potuto fare solo in luoghi “protetti”, come l’ambasciata Usa, senza avere il diritto di portare con sé neppure una biro o un telefonino). A Bruxelles parlano di “momento di incertezza” nei negoziati. La Commissione, che ha il mandato di negoziare per i 28 (ma le ratifiche saranno comunque nazionali), di fronte alle critiche crescenti ha proposto di sostituire ai tribunali arbitrali privati un sistema intermedio, una sorta di tribunale internazionale del commercio, con giudici pubblici nominati dagli stati. Il Canada, per il Ceta, ha accettato questo punto, ma gli Usa sono molto reticenti. In Germania, la contestazione è forte anche perché c’è un esempio concreto sul funzionamento dei tribunali arbitrali (che già esistono), con il caso Vattenfall: questa società svedese che gestiva in Germania due reattori, nel 2012 ha chiesto a Berlino 4,7 miliardi di euro di danni per la decisione politica di chiudere le centrali nucleari. Parigi guarda con preoccupazione lo scontro in corso tra Philip Morris e due stati (Uruguay, Australia) sul pacchetto di sigarette neutro, che a breve sarà introdotto in Francia.

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