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La Consulta: al referendum si deve votare

17 aprile. Il presidente Grossi: «Fa parte della carta d’identità del buon cittadino». I renziani irritati per la sconfessione della linea del premier. Il ministro dell’Ambiente Galletti alla fine si sbilancia: «Voterò no»

Andrea Colombo, il manifesto • 12/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Politica & Istituzioni • 686 Viste

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, domenica prossima andrà a votare per il referendum sulle trivelle. Lo fa sapere nel suo stile dimesso. Informalmente. Senza fragore. Specificando che procede nel solco tracciato dai suoi predecessori, che hanno sempre votato per tutti i referendum. Però il risultato non cambia: dopo i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, anche il primo cittadino non seguirà le indicazioni del presidente del consiglio astensionista.
Nel quartier generale renziano il fatto non è accolto con gioia ma probabilmente neppure con stupore. La scelta di Mattarella era quasi inevitabile. Tutt’altra musica per la sortita del presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi, che invece non era affatto prevista, che è suonata come una clamorosa sconfessione della linea di Matteo Renzi e che oltretutto arriva a un soffio dall’apertura delle urne. Quella sì che inviperisce lo stato maggiore renziano. Ma dirlo non si può. Ci manca solo un conflitto frontale con la Consulta per dare il maggior risalto possibile a un referendum che doveva restare avvolto nell’ombra e che invece è già stato piazzato sotto i riflettori dallo scandalo Tempa Rossa.

Ma cosa ha detto di così clamoroso e inatteso Grossi? Semplicemente che «al referendum si deve votare: ognuno è libero di farlo nel modo che ritiene giusto ma credo si debba partecipare al voto». Votare, anche al referendum, «fa parte della carta d’identità del buon cittadino». Perché, si chiedono i renziani, la Corte costituzionale non ha mai ritenuto necessario intervenire così per i referendum precedenti? La risposta la conoscono perfettamente: perché mai prima d’ora un’istituzione, il governo, aveva dato indicazioni astensioniste.

In realtà la precisazione del presidente della Consulta non è affatto gratuita e anzi era in un certo senso doverosa. Proprio la richiesta di astenersi proveniente da una fonte istituzionale tanto autorevole quanto la presidenza del Consiglio poneva di fatto la scelta di non votare sullo stesso piano, dal punto di vista dell’etica politica, del voto favorevole o contrario. L’interpretazione della Carta offerta dagli «astensionisti consapevoli» è secca: se i referendari non avessero posto l’astensione sullo stesso piano del voto non avrebbero fissato un quorum all’articolo 75.

In realtà, anche a lume di naso, non è facile immaginare che i costituenti intendessero garantire in ogni prova referendaria ai «no» il vantaggio enorme consistente nel potersi sommare all’astensionismo «inconsapevole» e fisiologico. E’ assai più probabile che mirassero a impedire che il ricorso allo strumento referendario proliferasse a dismisura. Si trattava quindi di chiarire se anche per i referendum vada preso alla lettera l’articolo 48 della Costituzione, che fa del voto non solo un diritto ma anche «un dovere civico». Il quesito era ineludibile dopo la presa di posizione, quella sì inaudita, di palazzo Chigi. Essendo la Consulta l’organo istituzionalmente delegato a interpretare la Carta, era del tutto ovvio che il pronunciamento in materia arrivasse da lì.

Impossibile dire se il pronunciamento della Corte costituzionale abbia pesato in qualche misura sulla scelta del ministro Gian Luca Galletti, che ancora ieri mattina diceva di essere indeciso tra il «no» e l’astensione, e la cui eventuale scelta di disertare le urne, trattandosi del ministro dell’Ambiente, sarebbe stata particolarmente sconcertante. Che siano state o meno le parole del presidente della Consulta Paolo Grossi a far pendere la bilancia, sta di fatto che nel pomeriggio Galletti ha sciolto la riserva comunicando la scelta di votare «no».

Più rilevante, per la ben maggiore capacità di mobilitazione, l’appello della Cgil. Ci sono inoltre altre due dichiarazioni di voto che suonano come cattivo presagio a palazzo Chigi: quella di Antonio Bassolino e soprattutto quella del forzista Renato Brunetta: «Io vado a votare per mandare a casa Renzi». Se a destra saranno in molti a fare lo stesso ragionamento, il guaio per don Matteo sarà serio.

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