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Il premier e la conta nel paese

Referendum Trivelle. Quorum difficile, ma Renzi tiene d’occhio il numero dei votanti. Sopra il 35 per cento sarebbe un segnale d’allarme per il governo

Andrea Colombo, il manifesto • 17/4/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Politica & Istituzioni • 696 Viste

Hanno diritto a votare 46 milioni e 730 mila cittadini, più circa quattro milioni all’estero sempre che i consolati si decidano a distribuire i certificati elettorali che da qualche parte del mondo sono arrivati e da qualche altra no. L’esito del referendum sulla possibilità di sfruttare le concessioni in mare sino a esaurimento dei giacimenti di petrolio e gas non dipenderà da come i suddetti voteranno ma da quanti andranno a votare. Va così da parecchi referendum ma questa è la prima volta che a guidare la campagna astensionista è il presidente del consiglio, seguito da parecchi ministri. Una parte di chi è contrario all’abrogazione andrà a votare comunque per correttezza, tra gli altri Bersani e Romano Prodi che Renzi ha indebitamente provato a usare come testimonial della sua campagna astensionista. Tra le alte cariche istituzionali il premier sarà il solo a disertare le urne, ma non è ancora dato di sapere se il presidente della Repubblica voterà di mattina, dando così l’esempio, o nel pomeriggio, dopo i Tg, per non disturbare troppo il manovratore.

Se il quorum non sarà raggiunto, le compagnie che estraggono petrolio e gas dall’Adriatico ne trarranno indubbi vantaggi, primo fra tutti il non essere obbligati a smantellare gli impianti già fermi, e non si tratta di una spesuccia ma di alcune centinaia di milioni. Al di là del merito specifico, l’esito del referendum avrà un immancabile riflesso sulle politiche energetiche. Il governo Renzi si è distinto per i tagli drastici alle rinnovabili. Il premier, in giro per il mondo, si vanta di risultati ottenuti da tutti tranne che da lui. Il raggiungimento del quorum renderebbe quasi obbligatorio un cambio di indirizzo strategico.

Il referendum avrà anche un peso politico svincolato sia dallo specifico del quesito sia dalla politica energetica. Da questo punto di vista, però, non bisognerà guardare solo al raggiungimento del quorum ma alla più o meno alta percentuale di votanti, anche al di sotto dell’asticella. La prova di oggi, infatti, si inserisce in una fase difficile, ma non ancora disperata, per Renzi. Allo stesso tempo è la prima di tre prove elettorali decisive che si susseguiranno nei prossimi mesi: le comunali a giugno e poi il referendum-plebiscito in autunno.

Proprio perché quella di oggi è la prima di queste prove, Renzi deve dimostrare di essere ancora saldo in sella. Ha bisogno di una percentuale di votanti bassa, meglio se inferiore al 30% e comunque non superiore al 35%, per dimostrare di avere mantenuto la sua presa sull’elettorato. In caso contrario, dalle urne di oggi potrebbe facilmente partire il temuto effetto slavina.

Una percentuale di votanti alta, al di sopra del 40%, restituirebbe l’immagine di un premier certamente vincitore, però grazie al trucco consistente nell’accreditarsi l’astensione, e quindi in realtà traballante, in netto calo di popolarità. In politica offrire un’immagine di debolezza è quanto di più pericoloso. Presentarsi alle comunali di giugno con un’immagine sfregiata dall’esito del voto di oggi, anche solo in termini di percentuale alta di votanti, vorrebbe dire aumentare il rischio già forte di perdere in due delle tre grandi città in cui si vota, e addirittura di mettere in dubbio il risultato a Milano. Infine, una massa vicina ai 15 milioni di votanti nel referendum di oggi, quando votare è di per sé un pronunciamento contro il presidente del consiglio, renderebbe molto più incerto l’esito del referendum sulle riforme.

Poi c’è Tempa rossa. L’inchiesta non accenna a chiudersi. Ieri a Potenza è stata confermato il sequestro dei pozzi ed è finito indagato il vicepresidente di Confindustria Lo Bello. Renzi ha posticipato il voto sulle mozioni di sfiducia per evitare che il dibattito incidesse sull’esito del referendum. Se dalle urne uscirà indebolito, la scelta potrebbe rivelarsi un boomerang e rendere la discussione sulle mozioni una battaglia drammatica, non per il risultato del voto al Senato, quello è scontato, ma per gli effetti sull’opinione pubblica e sulla popolarità del governo.
Se il quorum non sarà raggiunto, Renzi stanotte canterà comunque vittoria. Se riderà davvero o a denti stretti dipenderà dalla percentuale di votanti.

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