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Banche, la saga infinita

Tra Atlante e Etruria. Il buco di circa 55 miliardi, una voragine che nessuno sa come colmare, non è stato creato solo dalla crisi 2008-2009. Ma in larga parte anche da corruzione e incompetenza

Vincenzo Comito, il manifesto • 10/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 591 Viste

Le vicende relative alla situazione e alle prospettive generali delle banche italiane e, in tale quadro, gli accadimenti più immediati che si manifestano quasi ogni giorno, sembrano offrire un quadro che dovrebbe mantenere la nostra attenzione ancora a lungo.

Dietro la serie di eventi che ci accompagnano da qualche mese stanno due fattori di fondo, tra di loro peraltro collegati: il primo è relativo al fatto che oggi il nostro sistema finanziario presenta un buco complessivo di capitali propri che può essere stimato in larga massima aggirarsi intorno ai 55 miliardi di euro e che nessuno sembra al momento sapere come colmare (meno che mai sembra, ahimè, avere le idee chiare il governo); il secondo fa riferimento alla constatazione che tale voragine non è stata creata, come si intende far credere, solo dalla crisi del 2008-2009 che ha impedito a molte imprese di restituire i prestiti a suo tempo ricevuti, ma anche, per una parte consistente, da corruzione, incompetenza, rapporti incestuosi con la peggiore politica.

Dobbiamo così commentare brevemente almeno tre accadimenti di questi giorni che sembrano confermare tali constatazioni.

Il primo è quello relativo alle vicende dell’aumento di capitale della Banca Popolare del Veneto, che alla fine, di fronte alla fuga degli investitori, è stato coperto quasi interamente dal nuovo fondo Atlante. Sullo sfondo stanno, tra l’altro, le vicende relative all’Unicredit, la nostra banca più grande per quanto riguarda il totale delle attività di bilancio. L’istituto, prima dell’intervento del fondo Atlante, si era impegnato a garantire in prima persona il collocamento. Con questo episodio, che mostra perlomeno una mancanza rilevante di cautela, la banca conferma ancora una volta le preoccupazioni che da tempo vengono avanzate sui mercati internazionali in relazione al livello giudicato inadeguato del suo capitale e del suo attuale management, nella persona in particolare del suo attuale amministratore delegato, Federico Ghizzoni, che rimane però tenacemente attaccato alla sua poltrona. Più in generale, gli ambienti finanziari non ritengono affatto convincente il piano di lungo termine presentato diversi mesi fa.
La seconda vicenda fa riferimento ancora una volta alla questione della messa in liquidazione delle quattro note banche “di provincia”. Quando si è a suo tempo fatta la lista dei colpevoli, in particolare per l’emissione da parte degli istituti delle obbligazioni subordinate vendute incautamente ai clienti retail, il nome della Consob risultava sempre ai primissimi posti. Ma ora, in occasione della relazione annuale dell’ente, il suo attuale capo, Giuseppe Vegas, assolve se stesso e l’istituzione, con una difesa che si può giudicare come perlomeno largamente insufficiente.

Egli afferma oggi che i prospetti presentati dalle banche al momento dell’emissione dei titoli rispettavano le regole e indicavano chiaramente i rischi presenti nell’operazione. Vegas dichiara ancora che se c’è stata qualche colpa essa deve essere fatta risalire ai venditori degli stessi titoli. La verità è che essi non dovevano essere venduti in ogni caso a dei piccoli clienti e che, almeno a nostro parere, la Consob avrebbe dovuto impedire il fatto.

L’ultimo episodio, una specie di prosieguo di quello precedente, riguarda la Banca Etruria, visitata per l’ennesima volta dalla Guardia di Finanza, che, a questo punto, potrebbe forse aprire un ufficio stabile presso i locali dell’istituto. La procura di Arezzo, ipotizzando il reato di truffa, sembra convinta di aver individuato l’esistenza di una cabina di regia, nell’ambito della direzione della banca, che avrebbe spinto a suo tempo la rete di vendita interna a collocare i titoli di cui sopra presso i risparmiatori e i clienti non istituzionali. L’operazione veniva presentata ai clienti malcapitati come un’azione promozionale rivolta alla clientela migliore.

L’operazione ha fruttato a suo tempo 120 milioni di euro ed è stata indirizzata a 12.000 clienti (che hanno così subito un danno di 10.000 euro a testa).
Siamo convinti comunque che, nelle prossime settimane, non mancheranno altre novità interessanti.

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