Sharing economy Act, una proposta di legge in chiaroscuro

Economia della condivisione. La proposta, all’esame della Camera, è la prima presentata nell’Ue. La confusione tra la cooperazione dei freelance e la rendita del capitalismo di piattaforma

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 24/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 932 Viste

I diritti dei lavoratori scompaiono, mentre non si parla del rapporto con la pubblica amministrazione. La discussione continua online fino al 31 maggio

Il 3 maggio, davanti alle commissioni riunite Trasporti e Attività produttive della Camera, è iniziato l’esame sullo “Sharing economy Act”, il primo provvedimento quadro in Europa sull’economia della condivisione. La proposta di legge sulla regolamentazione del settore è stata presentata il 2 marzo scorsoda un intergruppo parlamentare e firmato, tra gli altri, da Veronica Tentori (Pd), Antonio Palmieri (FI), Ivan Catalano e Stefano Quintarelli (Gruppo Misto), Fino a materdì 31 maggio sarà possibile commentare il provvedimento sulla piattaforma “Making Speeches Talk” di Open Evidence e supportata dall’associazione stati generali dell’Innovazione.

La corsa italiana alla definizione di un settore in piena espansione ha suscitato perplessità e critiche. La prima è di natura normativa: nel marzo scorso la Commissione Europea ha rinviato la presentazione delle linee guida sulla «Digital Single Market Strategy». Nelle prossime settimane dovrebbero essere rese note, sempre che Uber, Airbnb le 47 sorelle della sharing economy statunitense non abbiano nel frattempo fatto cambiare idea alla Commissione.

La loro operazione di lobbying è stata intensa. Tre mesi fa hanno inviato al presidente olandese di turno, Mark Rutte, una lettera in cui hanno chiesto di essere tutelate dalle iniziative legislative dei paesi membri tese «a limitare il nostro sviluppo” (Il manifesto 13 febbraio). È probabile che la decisione di rinviarele linee guida europee sia stato il primo risultato di queste pressioni. In questo scenario incerto, nel quale non sono ancora noti gli orientamenti comunitari soprattutto sulla materia fiscale e commerciale – gli unici che interessano alle istituzioni Ue, gli Stati e le multinazionali – l’Italia parte da sola. Per Tentori è “l’opportunità di orientare la discussione in sede comunitaria”. Più realisticamente, il parlamento sta discutendo una proposta di legge prematura. Il rischio è di approvare una legge senza un quadro sovranazionale. Il parlamento e il governo potrebbero essere costretti a intervenire con un altro provvedimento.

La seconda critica è stata provocata dalla confusione concettuale presente in maniera non casuale nel testo della proposta di legge. I proponenti confondono economia collaborativa [Sharing Economy] con l’economia della rendita [Rental Economy]. La prima è una forma diffusa di interazione tra persone che si scambiano beni, servizi e lavori in un coworking, in una cooperativa, in un’impresa sociale o in una fabbrica occupata. La seconda, invece, indica il nuovo modello del capitalismo: parliamo di un settore dove Airbnb – una piattaforma online che organizza lo scambio di camere e casa tra gli utenti – ha raggiunto il valore di borsa di 25,5 miliardi di dollari; il servizio di trasporto privato Uber totalizza 50 miliardi di dollari di fatturato. Dietro la retorica neo-comunitaria sulla collaborazione, la disintermediazione, la creatività e la libertà emerge il più classico dei modelli di mercato. “Capitalismo allo stato puro” ha scritto Avi Asher-Schapiro in una tempestiva analisi (Il manifesto, 24 settembre 2014).

Queste cifre impressionanti hanno spinto gli stati a creare una nuova disciplina fiscale e commerciale. Anche il progetto di legge italiano si preoccupa di far pagare le tasse: sarà l’Antitrust a regolamentare e vigilare su un settore considerato solo nella sua dimensione commerciale di capitalismo di piattaforma, non come cooperazione sociale tra freelance che agiscono in un’economia mutualistica. Le piattaforme presenteranno la loro «policy» ogni anno, l’Antitrust procederà alla loro iscrizione in un registro nazionale. Si prevede una regolazione «centralizzata» di un’economia che, soprattutto tra gli attori che nascono dal basso e nella rete, è invece diffusa e decentralizzata. Il modello regolatorio dall’alto, invece su uno basato sulla reputazione, si spiega con l’esigenza di istituire un modello fiscale per le multinazionali dei servizi online e garantire i consumatori. I firmatari della Pdl intendono così recuperare 450 milioni di euro oggetto di elusione fiscale. Nel 2025 è stimata una crescita di 3 miliardi di euro dell’intero settore. “Non mi sembra che la proposta avvantaggi gli utenti cittadini che agiscono da consumatori e da produttori nelle piattaforme collaborative” ha commentato Gianni Dominici, direttore del Forum della Pubblica Amministrazione. Quest’ultimo giudica interessante l’apertura verso gli enti locali, ma lamenta l’assenza di un riferimento alla P.A. e alle sperimentazioni della “sharing” in questo campo.

Nella proposta di legge si parla di lavoro all’articolo 5 che impone una soglia di 10 mila euro, oltre la quale l’attività svolta su una o più piattaforme non è più una «microattività non professionale o imprenditoriale» e diventa invece un «lavoro». In questo caso la somma eccedente si cumula con gli altri redditi percepiti dall’utente e viene applicata l’aliquota relativa. Questa soglia costituisce un problema vista la diffusione di redditi composti da più partecipazioni a progetti di sharing economy. Senza contare che rappresenta ormai il reddito medio di molti freelance e liberi professionisti che considerano lì’economia collaborativa una possibile via d’uscita dalla crisi. In questa cornice sociale, considerare il “collaborative work” come un “secondo lavoro” o una micro-attività imprenditoriale” potrebbe risultare fuorviante. Questo lavoro potrebbe essere infatti l’unico e non permetterebbe al lavoratore di pagarsi i contributi.
L’economia della condivisione non è solo un viaggio con BlaBla Car, ma è anche un modo per creare lavoro in maniera indipendente.Senza contare che, come è stato notato nei commenti online alla Pdl, non è nemmeno chiara la definizione del reddito dell’utente operatore a cui si applica il 10% d’imposta: il proprietario della macchina che viaggia da Roma a Firenze e riceve 10 euro dal passaggero che viaggia in macchina da Roma a Firenze deve considerarlo un rimborso spese o un reddito da lavoro da cui detrarre le spese del viaggio? Al momento, la proposta non lo chiarisce e si lascia l’interpretazione al fisco.

Lo “sharing economy act” riproduce la mentalità diffusa nella “società a costo marginale zero”: i datori di lavoro e i lavoratori sono tutti produttori-consumatori (prosumers). Nessuno, apparentemente, lavora. In realtà, chi eroga una prestazione non ottiene in cambio il riconoscimento dei diritti di un rapporto di lavoro. Se approvata in questa forma, lo “Sharing Act” non permetterebbe di adottare la sentenza della California Labor Commission e della corte federale di San Francisco secondo le quali gli autisti di Uber sono lavoratori e non liberi professionisti o imprenditori di se stessi. Queste potrebbero essere le basi per trasformare l’economia della condivisione in un puro sistema di intermediazione di servizi.

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