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Crisi bancarie, una tira l’altra

Bad Bank . Dopo la Popolare di Vicenza, anche la ricapitalizzazione di Veneto Banca avrà come effetto collaterale l’azzeramento dei titoli di 90mila azionisti, con nuove perdite miliardarie

Riccardo Chiari, il manifesto • 28/5/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 587 Viste

Intanto, dopo Banca Etruria e Cariferrara, anche per Banca Marche arriva l’insolvenza, prologo all’inchiesta per bancarotta fraudolenta. Mentre Unicredit, che dovrà ricapitalizzare per 6 miliardi, congeda l’ad Federico Ghizzoni

Atlante o meno, il conto del doppio dissesto della Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca sarà almeno di 10 miliardi. Anche se le due banche venete non sono rientrate nel “salvataggio interno” (bail in) di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, gli effetti collaterali della loro malagestione sono ricaduti sulle spalle degli oltre 200mila azionisti complessivi degli istituti di credito.
La notizia emerge nelle pieghe dei preparativi dell’offerta per l’aumento di capitale da un miliardo per Veneto Banca. In questo contesto, il prezzo del titolo dovrebbe essere fissato a 10 centesimi di euro ad azione. In pratica, per i circa 90mila attuali azionisti dalla banca, i titoli posseduti diventeranno carta straccia o quasi. Così come è accaduto ai 120mila azionisti della Popolare di Vicenza, di cui oggi il fondo Atlante detiene il 99% dopo il recente aumento di capitale di 1,5 miliardi, che hanno visto andare in fumo più di 6 miliardi.
Nel caso di Veneto Banca i conti parlano di perdite al 99% per chi ha acquistato il titolo a 14 euro, nel 1997. Mentre per chi ha acquistato le azioni nel 2012, quando il titolo era ai massimi a 40,25 euro per azione, la perdita sarà addirittura del 99,75%. Di qui le quasi quotidiane proteste di un azionariato “pulviscolare”, che spesso e volentieri era stato quasi obbligato ad acquistare titoli della banca per ottenere linee di credito oppure mutui, come sta emergendo anche nel caso di BancApulia, confluita nel 2009 nell’istituto di Montebelluna.
In vista del consiglio di amministrazione di lunedì, dopo il colpo di scena che ha portato ai vertici di Veneto Banca una lista dei soci capeggiata da Stefano Ambrosini al posto della lista del cda uscente, si è fatto sentire anche il deus ex machina di Atlante, Giuseppe Guzzetti. Il presidente della Fondazione Cariplo non si è sbilanciato sulle sorti dell’operazione, ricordando peraltro un dato da fatto: “Lo strumento (Atlante, ndr) è lì pronto ad evitare che il sistema bancario italiano vada in crisi”.
La crisi resta comunque evidente, nella settimana che ha visto nella big player Unicredit la progressiva uscita di scena dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni, con in vista un aumento di capitale di almeno 6 miliardi di euro. L’effetto diretto – come annotava già a febbraio il docente (ora in pensione con la cancellazione della cattedra) di Storia economica dell’ateneo di Pisa, Giancarlo Falco – di un titolo in forte calo, e di un piano industriale che si è rivelato povero di effetti pratici.
Nel mentre proseguono le vicissitudini delle quattro banche “salvate” con il tanto discusso decreto del governo del 22 novembre scorso. Dopo Banca Etruria e Cariferrara, anche la “vecchia” Banca Marche, sprofondata sotto il peso di oltre 900 milioni di perdite, è stata dichiarata insolvente dal tribunale fallimentare di Ancona. La decisione dei giudici apre la strada all’accusa di bancarotta fraudolenta a carico degli ex vertici dell’istituto di Ancona. Ex vertici sui quali già da tempo indaga la procura, per ipotesi di reato che vanno dall’appropriazione indebita e alla corruzione fra privati, al falso in bilancio e in prospetto, dall’ostacolo alla vigilanza, all’associazione per delinquere. Anche in questo caso, il “salvataggio interno”, operato con il decreto salvabanche del governo, ha azzerato gli investimenti dei sub-obbligazionisti e ha fatto diventare carta straccia le azioni di 44mila soci.
All’inchiesta per bancarotta fraudolenta, così come accaduto per Banca Etruria (su cui le indagini languono), è arrivata anche la procura di Ferrara, che sul crack della storica cassa di risparmio locale, ricchissima fino a pochi anni fa, ha deciso di capirci di più. Sotto l’obiettivo degli investigatori le operazioni immobiliari sbagliate e le ricapitalizzazioni inutili che hanno portato al crack, stimato nella dichiarazione di insolvenza in 433 milioni di buco. Oltre naturalmente ai miliardi messi dal Fondo interbancario per coprire le sofferenze complessive delle quattro bad bank, tentando di rianimarle in nuova veste. Compito che resta difficile.

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