Crolla Firenze? Altro che fatalità

Crolla Firenze? Altro che fatalità

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Povero Nardella. Passa buona parte del suo tempo ad incontrare i fondi di investimento internazionali e vari sceicchi per convincerli a comprare per pochi euro molti immobili pubblici di grande pregio e mentre si stavano per stringere i preliminari, ecco che viene giù un pezzo dei muraglioni del lungarno. Si svendono i gioielli di famiglia mentre il sistema dei servizi urbani va in frantumi. Le città in vendita poggiano su piedi di argilla: nel centro di Firenze ci sono quotazioni immobiliari da capogiro mentre va in pezzi la città pubblica.
Ora tutta la politica fiorentina si aggrappa disperatamente alla “fatalità”. Le prime dichiarazioni dei massimi esponenti del comune sono improntate a chi finge di fare la voce grossa verso la Spa del comune di Firenze, Publiacqua, rea di non aver investito i lauti guadagni ottenuti con la vendita dell’acqua ai fiorentini. E a chi tuona che verrà istituita una commissione d’inchiesta. Ci mancherebbe altro. Solo che la commissione d’inchiesta dovrebbe riguardare l’operato ormai decennale dei privatizzatori della città. Nulla di penalmente perseguibile, per carità, solo è ora che la politica che ha applicato queste sciagurate ricette risponda dei catastrofici errori commessi e Firenze in questa storia è senza dubbio la punta di diamante.

Il primo capitolo riguarda la svendita del patrimonio immobiliare. Sono decine e decine gli immobili inseriti in un elenco patinato che sta girando nel mondo della speculazione mondiale: questa e altre vicende sono narrate in un prezioso libro di perUnaltracittà, il gruppo nato intorno a Ornella De Zordo: (Urbanistica resistente nella Firenze neoliberista, Aion, 2015). Invece di ragionare sulle prospettive di utilizzazione di quel patrimonio per risolvere la crisi abitativa delle famiglie più povere si preferisce vendere. In altri tempi Giorgio La Pira requisì appartamenti pubblici per darli ai senza tetto.

Ancora più grave l’orgia privatizzatrice dei servizi pubblici. Publiacqua non è figlia di Renzi – risale infatti ai governi cittadini precedenti – ma per comprendere come attraverso il controllo di aziende di erogazione di servizi pubblici si riesce a costruire un sistema di potere immenso è utile ritornare al 2012, quando viene rinnovato il consiglio di amministrazione.

Diventa presidente Erasmo D’Angelis che – sempre con Renzi – passerà all’autorità per la difesa del suolo per poi passare alla direzione de l’Unità. Nel Cda viene eletta anche Maria Elena Boschi, a dimostrazione delle sue grandi capacità: ammettiamolo, non è da tutti passare in poco tempo dalle tematiche della erogazione dell’acqua, alla definizione di una nuova Costituzione fino a riscrivere la storia partigiana d’Italia.
Con il muraglione del lungarno è dunque crollata l’ideologia privatizzatrice che ha governato le città negli ultimi trenta anni. Non era vero che le società pubbliche erano inefficienti ed era meglio privatizzare. È vero il contrario e, soprattutto, solo aziende pubbliche efficienti possono tutelare l’integrità dei territori.

Publiacqua ha un attivo di bilancio di 29 milioni e non investe in manutenzione allo stesso modo delle società che hanno beneficiato della vendita delle autostrade, delle banche, delle società di servizi. Le Spa si tengono i soldi e alle città, al bene pubblico, non ci pensa più nessuno. Ben venga dunque la commissione d’inchiesta se dirà queste cose e proporrà l’avvio di una fase di nuova pubblicizzazione delle aziende: del resto è per questo che abbiamo votato nel referendum del 2011.

225 chilometri di eternit

«Ci aspetta un lavoro straordinario. Siamo alla vigilia della presentazione della nuova tariffa idrica da parte dell’Autorità nazionale, e continuerà senza sosta l’impegno di Publiacqua per gli investimenti in opere infrastrutturali per mettere in sicurezza l’approvvigionamento idrico e per il risanamento dei corpi idrici depurando tutti gli scarichi, a partire da quelli che finiscono in Arno». Sono state le parole di D’Angelis appena eletto presidente di Publiacqua. PerUnaltracittà, aveva più volte denunciato anche in consiglio comunale che a Firenze esistono ancora 225 chilometri di condotte in eternit. Sono ancora lì mentre crolla il lungarno.



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