Cortes

Il rebus di Madrid rimane irrisolto

Chiedono la grande coalizione la Confindustria spagnola, la Chiesa, l’Europa, la Germania

Aldo Cazzullo, Corriere della Sera • 27/6/2016 • Copertina, Europa, Internazionale • 643 Viste

L’autodistruzione dell’Europa avanza inesorabile, da Londra verso Madrid. Brexit produce un «richiamo all’ordine», ma non basta: la Spagna resta senza governo.

Lo choc del referendum britannico ha influito sulle urne spagnole e ha rafforzato i due partiti tradizionali. I popolari migliorano decisamente rispetto ai sondaggi, così come i socialisti, che evitano il sorpasso di Podemos: annunciato alla vigilia, confermato dagli exit-poll, smentito dai voti quelli veri. I populisti hanno perso. Ma nessun partito può festeggiare.

Dopo sei mesi di inutili trattative, le nuove elezioni — tra le meno partecipate nella storia della democrazia spagnola — non hanno sciolto il rebus che attende una soluzione dal Natale scorso. In un altro Paese apparirebbe inevitabile la grande coalizione guidata dai popolari, che però non fa parte della cultura politica di Madrid: troppo grande la distanza anche storica tra un partito nato dalle ceneri del franchismo e il partito socialista operaio spagnolo. Ma anche un governo «pueblo unido» tra Psoe e Podemos rappresenterebbe una forzatura, visti i risultati delle elezioni e i rapporti pessimi tra le due forze della sinistra.

Il Pp del premier uscente — senza poteri — Mariano Rajoy si rafforza: è il primo partito in tutte le regioni, tranne la Catalogna ma compresa l’Andalusia, feudo socialista; eppure resta lontano dalla maggioranza necessaria a governare. E i voti che ha recuperato li ha presi in parte al suo alleato naturale, i centristi di Ciudadanos.

I socialisti sono andati un po’ meno peggio del previsto, evitano l’umiliazione del terzo posto, ma confermano la crisi dei riformisti in tutta Europa: irrilevanti in Gran Bretagna, dove neppure il sacrificio di Jo Cox ha scosso la base laburista, docili vassalli della Merkel in Germania, messi malissimo in Francia, messi maluccio pure in Italia. Il Psoe è il partito fondativo della democrazia, è stato al potere per ventidue anni prima con Gonzalez e poi con Zapatero, che ora non conta più nulla. Gonzalez invece nel partito conta ancora molto; ed è contrarissimo all’ipotesi di un governo con Unidos Podemos, il cartello elettorale tra i comunisti e il movimento di Pablo Iglesias, che esce ridimensionato e proprio per questo sarà più malleabile.

Un esecutivo delle due sinistre sconfitte avrebbe bisogno dell’appoggio di tutti i separatisti catalani; ma i seggi sono pochini, e le differenze culturali enormi. Iglesias potrebbe anche cedere sulla richiesta di un referendum per l’indipendenza di Barcellona; però i baroni del Psoe premeranno d’intesa con Gonzalez per un accordo con i popolari, o almeno per un patto di non belligeranza.

Chiedono la grande coalizione la Confindustria spagnola, la Chiesa, l’Europa, la Merkel: Berlino controlla il debito pubblico spagnolo, non a caso ha consentito il salvataggio delle banche e tollera un rapporto deficit-Pil al 5%, il doppio di quello italiano. Una vera alleanza di governo tra destra e sinistra resta impraticabile; i socialisti potrebbero astenersi per far nascere un governo del Pp, magari chiedendo in cambio almeno la testa di Rajoy. Che però guida il partito più votato: un partito leaderista, che ha avuto tre soli capi in tutta la sua storia; dopo il fondatore Fraga Iribarne, già ministro di Franco, l’ex premier Aznar, che con Rajoy ha rotto.

Stamattina ricominciano le trattative, agevolate dal nuovo re Felipe. Questa volta un accordo lo si dovrà trovare, e in tempi ragionevoli. Ma la stagione dell’incertezza e dell’instabilità in Europa è appena cominciata.

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