reddito minimo

No al reddito di base: sfuma il «sogno marxista» della Svizzera

Referendum . Il 78% dei cittadini e la maggioranza dei cantoni elvetici vota contro l’iniziativa per la Rbi. Vincono invece i «sì» a procedure più veloci e meno costose per le richieste d’asilo

Eleonora Martini, il manifesto • 6/6/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 537 Viste

Il «sogno marxista» della Svizzera, come lo hanno chiamato i media locali e non, è naufragato nel voto referendario di ieri.

I cittadini, ma soprattutto i cantoni elvetici hanno detto no al «reddito di base incondizionato» (Rbi), una proposta avanzata da un gruppo di movimenti indipendenti e di sinistra contro la quale si erano schierati governo e parlamento.

Vince invece il pragmatismo riformista, con il sì a procedure più rapide e meno costose per le richieste d’asilo e la modifica della legge sulla procreazione medicalmente assistita che autorizza la diagnosi preimpianto.

Con il 66% dei consensi circa, viene approvata dunque la proposta avanzata dal governo – come mediazione con lo schieramento anti immigrazione e con la destra ultrazionalista dell’Udc – sulle procedure per le richieste d’asilo che d’ora in poi dovranno essere espletate in un massimo di 140 giorni, che siano accettate o respinte.

Ma gli occhi del mondo sono puntati su quel circa 78% di elettori elvetici (e la maggioranza dei cantoni) che ha respinto la proposta di una rendita di 2500 franchi svizzeri (circa 2300 euro) al mese per tutti gli adulti e di 650 franchi (570 euro) per i minorenni. In realtà queste cifre erano state fatte durante la campagna referendaria ma l’importo era solo indicativo e non era menzionato nel quesito referendario.

In ogni modo, il sussidio sarebbe stato versato per intero ai disoccupati, mentre lo Stato avrebbe provveduto a integrare gli stipendi più bassi fino al raggiungimento della cifra, che in Svizzera – si badi bene – è appena più elevata della soglia di povertà, fissata attorno ai 2200 euro mensili.

Il responso referendario era in qualche modo atteso perché governo e parlamento, schierandosi contro anche per motivi di mercato del lavoro, avevano già paventato un forte aumento dei prelievi fiscali, soprattutto quelli sulle attività lucrative, e tagli alle spese, per coprire l’eventuale finanziamento del Rbi.

E invece, secondo i promotori dell’iniziativa – impresari e cittadini senza appartenenza politica, ma anche movimenti ecologisti e gruppi di estrema sinistra, che avevano raccolto 126 mila firme per promuovere il referendum – con il reddito di base incondizionato e per tutti si sarebbe risolto il problema dei posti di lavoro, destinati alla drastica riduzione a causa della crescente informatizzazione e robotizzazione del lavoro.

Non stupisca troppo il «no» dei cittadini svizzeri ad un reddito minimo garantito (come si chiamerebbe in Italia), che probabilmente il Paese elvetico avrebbe potuto agevolmente permettersi, perché – come ha fatto notare Al Jazeera – «nel 2012 gli svizzeri hanno rifiutato l’aumento delle settimane di ferie annuali da 4 a 6 per paura che la loro competitività diminuisse».

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