L’ambiente, lo sviluppo e la giustizia climatica visti da Sud

Intervista con Maurizio Leonelli a cura di Guglielmo Guglielmi (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Guglielmo Guglielmi, Rapporto sui Diritti Globali 2014 • 7/8/2016 • Contenuti in copertina, Copertina, Le interviste di Diritti Globali • 872 Viste

Intervista con Maurizio Leonelli a cura di Guglielmo Guglielmi  (dal Rapporto sui Diritti Globali 2014)

Il bilancio di quarant’anni di vertici mondiali sui temi ambientali e, in specifico, sui cambiamenti climatici, che vengono qui ripercorsi, non può essere definito positivo. Per Maurizio Leonelli, esperto internazionale in Pianificazione e ordinamento territoriale sostenibile di ecosistemi e risorse naturali, nonché da molto tempo impegnato nella cooperazione allo sviluppo anche in qualità di presidente della ONG italiana Movimento Africa 70, il dato positivo consiste, semmai, nell’avanzare del grado di coscienza e di combattività dei movimenti sociali e di parti crescenti delle popolazioni, che sono poi quelle che pagano i costi dell’ingiustizia climatica e della finanziarizzazione dell’ecologia, oltre che dell’economia. Nessuno, del resto, afferma Leonelli, si prende la briga di quantificare il costo energetico della guerra scatenata contro Afghanistan e Iraq, di misurare la superficie abitata contaminata da uranio arricchito nei Balcani o in Somalia o, ancora, delle aree agricole distrutte dalle fumigazioni nel quadro della war on drugs in America Latina e Asia Centrale.

 

Redazione Diritti Globali: Come è riassumibile storicamente la dinamica di crescente attenzione politica e sociale ai temi dell’ambiente?

Maurizio Leonelli: La tematica ambientale è apparsa nella scena politica internazionale all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso come una concezione propositiva e positiva per accompagnare le politiche di sviluppo degli Stati. Sia la maggior parte dei leader governativi che delle transnazionali, almeno a parole, hanno assunto l’ambiente come prioritario e hanno finanziato gli organismi per la protezione. In realtà, quello che è successo in quaranta anni di conferenze internazionali, politiche ambientali, ricerche scientifiche e pratiche produttive è che l’ambiente è diventato un’altra area di scontro fra le grandi potenze. All’inizio nessuno dei grandi leader politici credeva che i cambi climatici fossero imputabili alle attività umane. Inizio che vedeva, nel lontano 1969, come protagonista il segretario generale delle Nazioni Unite, Maha Thray Sithu U Thant, convinto sostenitore del rapporto armonico tra ambiente e la vita umana e conseguentemente contrario alla guerra del Vietnam. È poi del 1972 il primo “Vertice della Terra” organizzato dall’ONU a Stoccolma e gestito dal canadese Maurice Strong. In questo primo incontro globale si evidenziò come le risorse del pianeta non fossero considerate sufficienti per permettere che tutta l’umanità avesse lo stesso livello di sviluppo economico; i primi ministri svedese, Olof Palme, e indiano, Indira Gandhi, imputarono al modello di sviluppo occidentale la responsabilità della crisi ambientale, affermando invece che le risorse potessero essere sufficienti per soddisfare le necessità delle popolazioni povere. Le Nazione Unite, in quel momento, assunsero la leadership dell’iniziativa, costituendo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’United Nations Environment Programme (UNEP), ma già da allora erano evidenti i conflitti e le profonde differenze.

 

RDG: Quale era la situazione allora in America Centrale?

ML: Sono quelli, i Sessanta, gli anni d’inizio delle guerre di liberazione in Guatemala, Salvador, Honduras e Nicaragua, dove le foreste e le zone rurali sono il luogo di rifugio, protezione e scontro delle guerriglie e le città il luogo d’organizzazione e propaganda. Negli anni Settanta i governi dittatoriali e militari di quei Paesi avevano adottano programmi di pianificazione territoriale e di sviluppo rurale e urbano promossi dall’Organizzazione del Stati Americani (OEA) per adattare i piani di sviluppo, comprese le “riforme agrarie”, alle caratteristiche naturali e cercare di coprire le profonde disuguaglianze sociali e togliere retroterra e motivazioni sociali all’inizio delle insorgenze strutturate in guerrigliere armate.

 

RDG: Continuiamo la cronistoria dei grandi eventi legati all’ambiente e al cambio climatico.

ML: Dopo il primo vertice, il Club di Roma, in linea con la Casa Bianca, elaborò un documento dove si affermava che il problema non era lo sviluppo dei Paesi ricchi ma il sottosviluppo dei Paesi poveri. Il Club, fondato nel 1968, si appropriò del dibattito dell’UNEP e focalizzò la sua attenzione sulla questione delle risorse non rinnovabili e sul progresso della scienza e la tecnologia. L’opinione pubblica, e in particolare i nascenti movimenti ambientalisti, iniziarono a mettere in discussione il sistema economico basato essenzialmente sulla produzione energetica del carbone e petrolio in quel momento in crisi.

Poi sono arrivati gli anni Ottanta, chiamati in America Latina “la decada perdida”. Sono gli anni dove l’UNEP perde forza a favore del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), dove avrà luogo lo scontro tra gli Stati Uniti, da un lato, e, dall’altro, la Santa Sede e l’Iran sul tema della morale sessuale. Con il secondo Vertice della Terra del 1982 c’è un’importante rideclinazione del concetto di sviluppo, quando viene assunto che tutte le questioni ambientali sono strettamente relazionate, che non si potrà migliorare l’ambiente senza un contesto di pace e sicurezza, di lotta al razzismo e al colonialismo, che si devono sviluppare gli aiuti solidali e l’obbligo da parte degli Stati di appoggiare il Piano di azione e la leadership dell’UNEP. Dal Vertice di Nairobi esce l’innovatore testo intitolato Nostro futuro comune, dove tra l’altro si dichiara che lo sviluppo industriale non è nemico della natura e della specie umana, ma è necessario regolarlo evitando di ipotecare i diritti delle future generazioni.

Gli anni Ottanta sono caratterizzati da profondi cambi nei Paesi del Nord, determinati anche da una crescente necessità di maggiori conoscenze scientifiche sullo stato dell’ambiente. Dopo che il trasportatore spaziale Challenger si disintegra nello spazio, e la conseguente interruzione dei voli, la NASA si riorganizza, assume e promuove la necessità, attraverso i satelliti artificiali, di studiare approfonditamente gli effetti dei gas, come il CO2, per essere presumibilmente responsabili dell’aumento della temperatura globale provocata dall’“effetto serra”.

RDG: In America Centrale gli anni Ottanta furono il periodo delle insorgenze armate e del confronto diretto e spesso drammatico con le politiche promosse dagli USA. Il tema ambientale rientrò anche in tali dinamiche?

ML: Gli anni Ottanta sono gli anni dove le guerriglie centroamericane si rafforzano. In Nicaragua, nel 1979, c’è la presa del potere da parte dei sandinisti, in El Salvador e Guatemala lo scontro diventa sempre più cruento, perché gli Stati Uniti non possono permettere che nel “propio patio trasero” possano esistere Stati rivoluzionari. Viene adottata durante l’Amministrazione del presidente Ronald Reagan, appoggiato dalle grandi multinazionali americane, una nuova metodologia d’intervento denominata “guerra di bassa intensità” che dovrebbe permettere, senza un coinvolgimento diretto nella guerra di militari nordamericani, di sollevare la popolazione contraria alle guerriglie per evitare che queste s’impadroniscano del potere e nello stesso tempo, abbattere lo Stato sandinista o comunque impedirgli di consolidarsi. Sono questi gli anni dove l’avanzamento della denominata “frontiera agricola” da parte dei contadini poveri alla ricerca di nuove terre, iniziata negli anni Settanta con le “riforme agrarie” delle dittature, e lo sfruttamento degli allevatori di bestiame sulle terre disboscate, viene frenato dallo stato di guerra. A differenza di quello che era successo in Vietnam, dove erano stati abbondantemente usati i defolianti per distruggere milioni di ettari di bosco e le bombe con ioduro d’argento per provocare piogge torrenziali, in America Centrale, paradossalmente, la guerra “preserva” l’ambiente.

 

RDG: Tornando sul piano globale, a quando risale la nascita della teoria del cosiddetto effetto serra”?

Come un paradosso della storia, questa teoria promossa nel 1896 da uno scientifico svedese, Svante Arrheniuse, premio Nobel per la chimica nel 1903, fu pensata nell’ottica che la produzione dei gas delle fabbriche servisse per aumentare il calore della terra minacciata da un periodo di glaciazione. In seguito, è stata stravolta da più recenti e in quel momento non verificati studi, che, all’opposto, affermano che il riscaldamento climatico provocato dall’industria è dannoso per l’umanità; in altre parole che, in larghissima misura, l’effetto serra è di natura antropica, provocato dalle emissioni di gas, in particolare il CO2. La ricerca scientifica inizia allora a pesare sul dibattito politico. A questo punto si fa strada il protagonismo di Margaret Thatcher, premier del Regno Unito, che si appropria della questione climatica e s’impone come leader mondiale nella materia, coinvolgendo i Paesi del G7 nel rafforzare la ricerca scientifica capace di instaurare una nuova rivoluzione industriale mondiale basata sulle moderne tecnologie, in particolare le centrali nucleari per produrre energia.

RDG: E si arriva al 1992, con il terzo Vertice mondiale della Terra a Rio de Janeiro

ML: Gli anni Novanta sono quelli dove si approfondiscono la ricerca scientifica e la ricerca di nuovi modelli produttivi rispettosi dell’ambiente e si sviluppano grandi movimenti ecologisti a livello mondiale.

Durante il vertice si evidenzia lo scontro tra i movimenti ambientalisti e le imprese transnazionali, che cercano di evitare l’adozione di qualsiasi regolamentazione internazionale che freni o impedisca il processo di globalizzazione economica. A questa posizione si contrappone il gruppo chiamato di Heidelberg, che denuncia che «i peggiori mali che minacciano il nostro pianeta sono l’ignoranza e l’oppressione, non la scienza, la tecnologia e l’industria, i cui strumenti, nella misura in cui si utilizzano adeguatamente, sono indispensabili e permettono all’umanità di superare problemi come la fame e la sovrappopolazione».

Al vertice di Rio de Janeiro partecipano 183 delegazioni di differenti Paesi, con 10.000 delegati ufficiali e più di 15.000 persone rappresentative di movimenti, organizzazioni della società civile, di donne, popolazioni indigene, gruppi religiosi e giornalisti.

Sicuramente il risultato giuridico più importante del summit sono le convenzioni sul cambio climatico, firmate da 153 Paesi, dove si stabilisce un generico ritorno alle emissioni del 1990, e sulla biodiversità, dove si evidenziano le contraddizioni tra Nord e Sud del mondo riguardo al binomio costo/beneficio. Le conclusioni del vertice rappresentano in quel momento un’importante apertura della coscienza e conoscenza dell’ambiente come parte della giustizia sociale e come parte delle priorità sul futuro dell’umanità.

 

RDG: Come sono partecipi di questi sviluppi i Paesi dell’America Centrale?

ML: Anche i Paesi centroamericani entrano in pieno in questo dibattito, chi inizialmente in stato di guerra (Guatemala e El Salvador), chi in una nuova condizione di pace (Nicaragua). La situazione politica nel frattempo è velocemente cambiata. Nel 1989 si firmano gli accordi di pace in Nicaragua e nel 1990 si instaura un governo neoliberale. In Salvador e Guatemala si firmano gli accordi di pace rispettivamente nel 1992 e nel 1996. Il Nicaragua rientra nella sfera di influenza degli USA. L’ONU e la Banca Mondiale, da un lato, e i Paesi nordici, dall’altro, appoggiano, con interessi distinti, l’elaborazione dei documenti ufficiali di preparazione al vertice di Rio nella maggior parte dei Paesi del sud.

Gli anni Novanta rappresentano per l’America Centrale un decennio in cui progressivamente si affermano i nuovi assetti globali e le nuove tendenze di un mondo multipolare, dove, per il prevalere delle forze neoliberali, le politiche di sviluppo governative si vanno adeguando e assumendo l’ambiente come parte del modello economico-ecologico promosso da Henry Kissinger e Margaret Thatcher, assunto da Maurice Strong e modernizzato successivamente da Al Gore.

Sono gli anni seguenti alla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica, che spingono il politologo nordamericano Francis Fukuyama a dichiarare la “fine della storia” e ad affermare che il capitalismo aveva vinto la madre di tutte le battaglie, dopo la quale si trattava solo di perfezionare la società liberale. Nei Caraibi, Cuba aveva perso l’appoggio del mercato del COMECON (Consiglio di Mutua Assistenza Economica dei Paesi Comunisti). I movimenti politici degli Stati Uniti ed europei, cosi come i governi dell’ex URSS e Cuba, avevano appoggiato le rivoluzioni in atto, in particolare quella sandinista. In quel quadro, l’inserimento del tema ambientale nelle politiche e nelle economie di ognuno dei Paesi centroamericani avviene in forma diversa, comunque in ogni caso controllata dai governi.

Mentre in Nicaragua si riesce inizialmente a migliorare le conoscenze dell’offerta territoriale, così come in Costa Rica e Panamá, in Salvador e Guatemala il persistere della guerra e i successivi cambi politici consolidano nel potere le grandi famiglie e gli eserciti che danno priorità allo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali; situazione che assumerà in seguito anche il Nicaragua. Non bisogna dimenticare che l’America Centrale è una delle regioni più incontaminate del Pianeta, coperta ancora per gran parte dalla foresta pluviale e che a livello mondiale è seconda, per biodiversità, solo all’Amazzonia.

Un aspetto importante da considerare è che, in questa situazione politico-economica, territoriale e ambientale, i movimenti ambientalisti dei Paesi dell’America Centrale, non rappresentano una forza incisiva, riducendo la loro partecipazione critica all’appoggio alle politiche ambientali dei governi e garantendosi l’accesso ai nuovi spazi offerti dagli organismi di cooperazione multilaterali e bilaterali per promuovere programmi e progetti ambientali. Il concetto di sviluppo sostenibile entra nelle politiche governative (piani forestali, piani territoriali, piani ambientali nazionali, leggi ambientali) e viene assunto come momento di lotta e come riferimento teorico-metodologico dall’organizzazione della società civile.

 

RDG: Un’altra tappa di questo processo è il Protocollo di Kyoto. Come ci si arriva?

ML: Nel 1988 Margaret Thatcher aveva spinto i Paesi del G7 a finanziare il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC), sotto l’egida dell’UNEP e l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO).

In una relazione del 1995 di questo corpo politico-tecnico riecheggiano i risultati del vertice di Rio e si afferma «una rilevabile influenza delle attività umane sul clima globale». Al ritmo di una conferenza l’anno, si realizzano una serie d’incontri sul clima organizzati delle Nazioni Unite tra cui quello di Kyoto, in Giappone, del 1997, dove si elabora e accorda un protocollo in cui gli Stati firmatari si impegnano volontariamente a ridurre le loro emissioni di gas serra, principalmente l’anidride carbonica (CO2). Nella misura in cui il Protocollo di Kyoto incoraggia i firmatari a fare un uso migliore delle risorse energetiche non rinnovabili spinge anche quegli Stati, che non credono nell’esistenza di una significativa influenza delle attività umane sul clima, a partecipare. Ma è sembrato da subito difficile per i Paesi in via di sviluppo riuscire a modernizzare le proprie industrie consumando meno energia e meno inquinamento. Il Protocollo di Kyoto, istituisce un Fondo di Adattamento, amministrato dalla Banca Mondiale, e un sistema di autorizzazioni negoziabili.

La creazione di un mercato dei permessi negoziabili apre la strada a un’ulteriore finanziarizzazione dell’economia e, da lì, a nuove possibilità per continuare il saccheggio cui già erano soggetti i Paesi poveri. Molto contraddittoriamente il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton firma il Protocollo di Kyoto, ma incarica i parlamentari del partito democratico di non ratificarlo. Il Senato degli Stati Uniti l’ha respinto all’unanimità.

Durante il periodo di ratifica del Protocollo, gli Stati Uniti si dedicano all’organizzazione del mercato dei permessi negoziabili, mentre la loro intenzione è di non sottoporsi, fino all’ultimo momento, alle esigenze dei requisiti comuni.

I membri dell’Unione Europea sono, invece, i primi ad adottare la teoria dell’origine antropica del riscaldamento climatico e a ratificare il Protocollo. Ma hanno bisogno della Russia per porlo in pratica. Quest’ultimo Paese non ha nulla da temere, nella misura in cui il limite che si fissa non può pregiudicarlo, considerando il suo declino industriale dopo la dissoluzione dell’URSS. In sintesi, il Protocollo di Kyoto non entrerà in vigore fino al 2005.

 

RDG: Come si è andata inserendo l’America Centrale nel dibattito e nelle iniziative progettuali ambientali e geopolitiche dagli anni Novanta in poi?

ML: In America Centrale dall’inizio degli anni Novanta si sviluppa un processo di privatizzazione dei servizi pubblici, voluto dai governi centroamericani, con l’appoggio finanziario di entità internazionali quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Interamericana di Sviluppo. Dati alla mano, il risultato dell’apertura agli investimenti nordamericani ed europei è stato l’arricchimento delle élites locali al potere, mentre le promesse sulla qualità del servizio sono state disattese. Il Piano Puebla Panamá (PPP), poi denominato Progetto Mesoamerica, assume un ruolo determinante per facilitare i rapporti commerciali e nello stesso tempo favorire la privatizzazione delle risorse naturali in America Centrale.

L’America Centrale è il punto d’incontro di due ecosistemi americani, quello neoartico del Nord e quello neotropicale del Sud del continente. Questa situazione fa dell’istmo centroamericano un imbuto in cui confluisce un forte movimento migratorio di specie, individui biologici, genetici e di persone.

Il PPP è orientato a offrire l’infrastruttura al mega mercato nordamericano. Nella sua formulazione comprende uno spazio che si estende dallo Stato di Puebla, nel sud-est del Messico, attraversa altri otto Stati messicani, per arrivare poi a comprendere tutti i Paesi centroamericani fino a Panama. Il finanziamento complessivo si aggira attorno ai 4.400 milioni di dollari, di cui il 96,3% dovrà essere speso per la costruzione di infrastrutture, mentre il restante 3,7% per lo sviluppo sostenibile e la protezione del Corridoio Biologico Mesoamericano, CBM.

Il PPP prevede la costruzione di reti di autostrade, oleodotti e gasdotti, porti, aeroporti, dighe e un sistema d’interconnessione energetica, oltre alla creazione di zone franche in tutta l’area. Tutto questo nella regione che conserva la seconda biodiversità più importante del pianeta.

A questo quadro allarmante va aggiunta la risorsa acqua, un patrimonio strategico. Il PPP prevede la costruzione di un sistema di dighe lungo l’asse Puebla-Panamá, che hanno provocato e provocheranno l’interruzione delle reti di sviluppo autoctono e lo smembramento delle comunità indigene e contadine, le più indifese a causa del rapporto di interdipendenza che intrattengono con la natura, in particolare nel sud del Messico e nord del Guatemala.

 

RDG: Si può quindi dire che in America Centrale si stia rinnovando l’interesse delle grandi potenze e forze economiche mondiali per il suo potenziale ruolo di territorio di comunicazione commerciale fra il bacino atlantico e quello pacifico, come fu a inizio del XX secolo con la costruzione del canale di Panama?

ML: Il PPP, in effetti, ha come elemento chiave la realizzazione di corridoi commerciali con infrastrutture di trasporto e comunicazione e diversi canali terrestri di collegamento fra i due oceani. L’obiettivo non è solamente quello di rendere più semplice, rapido ed economico il movimento delle merci, ma anche di sfruttare al massimo la manodopera a basso costo e le risorse naturali dell’area per impegnarli nell’agroindustria d’esportazione, nelle cosiddette zone franche destinate a ospitare le fabbriche di manifattura e assemblaggio di prodotti per i Paesi ricchi (maquiladoras) e nei progetti turistici.

 

RDG: Riprendendo il discorso sulle risorse ambientali in America Centrale, quali sono le risorse più appetibili a livello globale esistenti in America Centrale?

ML: Ecco alcuni dati molto sintetici sulle risorse di questa regione. Secondo le pubblicazioni ufficiali delle Nazioni Unite e della BM, la popolazione dell’America Centrale raggiunge quasi i 44 milioni di abitanti su una superficie di 520 mila chilometri quadrati, con un tasso di crescita che superava il 3% annuale ora diminuito al 2,4%, rimanendo comunque molto superiore, per esempio, allo 0,4% dell’Italia.

Con una forte presenza di popolazioni meticcie e amerindie (40% in Guatemala), è considerata la regione più indigente del continente americano, con popolazioni in estrema povertà che vanno dal 7% del Costa Rica al 47% dell’Honduras, con salari minimi che vanno dai 160 dollari in Nicaragua ai 650 in Panama e con in PIL annuale pro capite che va dai 3.500 dollari del Nicaragua ai 18.000 di Panama.

L’America Centrale concentra il 7% della biodiversità endemica del mondo in una superficie dell’1%. Rappresenta l’8% delle riserve naturali del pianeta, conservate in 144 aree protette e 124 parchi naturali.

Per poter crescere, quest’area abbisogna di una considerevole quantità di energia elettrica, che verrà prodotta, secondo il PPP, dai progetti idroelettrici della regione, specialmente in Guatemala e in Chiapas. Parte di quest’acqua sarà pompata nel nord del Messico, dove piove poco, per facilitare anche al confine con gli Stati Uniti la crescita di maquiladoras e agroindustrie.

Va fatto notare che dei quasi 44 milioni di persone che abitano in Centroamerica, il 58% nell’area rurale e il 13% nell’area urbana non hanno accesso all’acqua, nonostante questa regione possieda 120 bacini idrografici principali, di cui 23 internazionali.

Salvador, Honduras, Nicaragua e Guatemala sono quattro Paesi sui quali, dopo la fine delle guerre, si sono spenti i riflettori, e ogni interesse dei media e del variegato mondo dei Social Forum è stato assorbito dai processi straordinari e dagli avvenimenti che oggi animano in particolare il continente Sud Americano. Violenze e arbitrii però permangono nelle pratiche politiche dei gruppi di potere economico locale e internazionale, e nel modo di agire di molti governi: arresti di militanti dei movimenti per l’acqua in Guatemala, uccisioni in Honduras, impedimenti allo svolgersi delle mobilitazioni e della partecipazione popolare. Non bisogna dimenticare che l’America Centrale è considerata la regione più violenta del mondo tra i Paesi in condizioni di pace, con 168.000 omicidi negli ultimi 10 anni, 87% dei quali concentrati in Honduras, Salvador e Guatemala.

 

RDG: Seguendo la cronistoria degli eventi ambientalisti mondiali arriviamo al 2002, al Quarto Vertice della Terra. Quali le novità?

ML: Il vertice di Johannesburg, in Sud Africa, non presenta per gli Stati Uniti più interesse rispetto al quello di Nairobi. L’agenda americana è orientata esclusivamente verso la guerra globale contro il terrorismo. Pertanto, le questioni ambientali dovranno aspettare.

Il presidente americano George W. Bush non partecipa al vertice e invia il segretario di Stato Colin Powell, che fa un breve e generico discorso. A Johannesburg la conferenza si concentra su temi precisi: accesso all’acqua e salute, il prevedibile esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili e il prezzo di queste ultime, l’agricoltura e la diversità delle specie animali. Il problema climatico non ha una centralità, è una questione tra molte altre.

Il vertice diventa bruscamente un terreno di scontro. I delegati degli USA sabotano i negoziati. Impegnati nell’installazione del centro di tortura a Guantanámo e di prigioni segrete in sessantasei Paesi, l’Amministrazione Bush pretende di dare lezioni al resto del mondo, tuttavia coinvolto nel tentativo di ottenere concessioni dai Paesi del Sud nel campo dei diritti umani e la lotta contro il terrorismo. Non si arriva perciò a nessun accordo di fondamentale importanza per l’adozione di nuovi compromessi sui temi ambientali.

Un’importante e potente campagna di propaganda è seguita alla conferenza di Johannesburg e ha preceduto la successiva conferenza di Copenaghen, del 2009. Una campagna iniziata con il film di Al Gore Una scomoda verità presentato al Festival di Cannes nel 2006; documentario che è valso a Al Gore il premio Nobel per la pace nell’anno 2007. L’ex vicepresidente statunitense, in qualità di consigliere della corona britannica, si presenta ora come un militante convinto nella difesa della nobile causa ambientale.

Uno degli obiettivi del vertice di Copenaghen era quello di risolvere il problema dei gas responsabili dell’effetto serra stabilendo i limiti per l’emissione e gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo.

La realtà è che Londra e Washington cercano di convincere gli altri Paesi europei a ridurre i limiti stabiliti dal Protocollo di Kyoto per aumentare la quantità di permessi negoziabili e conseguentemente le speculazioni di Borsa e far deragliare la conferenza come un mezzo per preparare l’opinione pubblica mondiale all’adozione di una soluzione al di fuori delle Nazioni Unite.

Il presidente russo Dmitri Medvedev annuncia quindi ai Paesi dell’Europa occidentale che Mosca ridurrà le emissioni di gas serra del 20-25% entro il 2020, rispetto alle emissioni del 1990. Chi dà di più? Nessuno!

Il dettaglio è che tra il 1990 e il 2007 le emissioni di gas di effetto serra sono state ridotte del 34% come conseguenza del collasso industriale che si era verificato dopo il crollo dell’URSS. Dunque l’impegno di Medvedev alla “riduzione”, in realtà, lascia un margine per un aumento dal 9% al 14%!

 

RDG: Quando e come i movimenti sociali e le reti alternative entrano sulla scena dei temi ambientali?

ML: Finalmente questo gioco delle parti sopra descritto si scontra con un forte e agguerrito movimento ambientalista, che manifesta e partecipa a latere durante il vertice di Copenhagen a una controconferenza e con la presenza decisa dei presidenti di Venezuela, Bolivia ed Ecuador. In quell’occasione Hugo Chávez denuncia la manovra di Nicolas Sarkozy e di un gruppo ridotto di Paesi ricchi, destinata a schivare le proprie responsabilità per permettere al sistema capitalista mondiale di sfruttare e utilizzare le risorse naturali dei Paesi del Sud, appoggiando il grido dei manifestanti fuori della conferenza: «Non cambiate il clima, cambiate il sistema». La forte presenza della moltitudine di manifestanti mostra la speranza di una volontà planetaria differente.

 

RDG: E si arriva a Cochabamba, l’antitesi di Copenaghen

ML: Quattro mesi più tardi in Cochabamba il presidente boliviano Evo Morales, con l’appoggio dei Paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe, ALBA, convoca una conferenza su “Cambio Climatico e i diritti della Madre Terra” a cui partecipano più di 30.000 persone e 48 delegazioni, in un ambiente che ricorda molto quello del Vertice della Terra di Rio de Janeiro e dei Fori Sociali Mondiali, dove espone le proprie conclusioni del vertice di Copenaghen. Evo Morales e il suo ministro degli Esteri, David Choquehuanca, partendo dal fallimento di Copenaghen, e riaffermando la propria cultura d’indigeni Aymará, dichiarano che le grandi potenze ignorano l’autorità delle Nazioni Unite, per cui è la società civile mondiale che deve scontrarsi e fare da contrappeso alle iniziative dei governi occidentali, lottando per interrompere le emissioni, non solo diminuirle. Rompendo con la logica dominante, Morales e Choquehuanca respingono il principio delle autorizzazioni negoziabili, stimando che non si può permettere, e ancor meno vendere, qualcosa ritenuto pericoloso per l’umanità intera. Morales dichiara che gli Stati sviluppati, i loro eserciti e le loro transnazionali hanno ferito la terra che ci nutre, mettendo in pericolo tutta l’umanità, mentre i popoli nativi hanno dimostrato la loro capacità di preservare l’integrità della madre terra. La Conferenza dei Popoli in Cochabamba promuove l’organizzazione di un referendum globale per l’istituzione di una giustizia climatica e ambientale e l’abolizione del sistema capitalista.

Utilizzando lo stesso metodo già applicato in numerosi vertici internazionali che erano riusciti a fuggire dal controllo dei Paesi anglosassoni, Washington ha immediatamente scatenato una campagna mediatica volta a screditare il messaggio della conferenza di Cochabamba e distorcere il ragionamento e il discorso del presidente boliviano Evo Morales.

 

RDG: Rimanendo in Centro America, un nuovo elemento di possibile attrito o, comunque, di modifica degli equilibri è la decisione del Nicaragua di costruire il secondo canale acquatico interoceanico nel suo territorio. A quali logiche e interessi risponde questa iniziativa?

ML: In effetti, considerando la posizione geopolitica della regione mesoamericana e cercando di contrastare in un certo senso gli interessi storicamente egemoni di Washington nella regione, il governo nicaraguense ha messo in moto dal 2012-2013 una serie di iniziative per coinvolgere prima la Cina e in seguito la Russia in investimenti in una serie di megaprogetti, a partire da quello gigantesco di un nuovo canale interoceanico navigabile, che attraverserebbe il Nicaragua e il suo grande lago Cochibolca, utilizzabile dalle gigantesche navi commerciali del futuro, dette postPanamax.

Sempre dal punto di vista geopolitico, bisogna ricordare che storicamente la parte più consistente del commercio mondiale, circa il 70%, si è sviluppata lungo i paralleli degli Stati Uniti, Giappone ed Europa, accrescendo considerevolmente la partecipazione dei mercati asiatici conseguentemente all’apertura di questi ultimi al commercio internazionale. Tale apertura determinò la comparsa di una nuova area commerciale particolarmente attrattiva, il cui potenziale era enorme e su cui gli Stati Uniti avevano messo gli occhi già a partire dell’inizio degli anni novanta. Non a caso le relazioni commerciali intrattenute in questo momento dagli Stati Uniti con i Paesi asiatici rappresentano circa il 12% del totale dei rapporti commerciali che essi mantengono a livello mondiale. È chiaro dunque che la Cina rappresenta per gli Stati Uniti il principale mercato di riferimento, ed è proprio in questo contesto di interessi commerciali ed economici che entrano in gioco le implicazioni geopolitiche del Progetto Mesoamericano e delle recenti iniziative di Cina e Russia per costruire una consistente presenza in America Centrale.

Da un punto di vista puramente commerciale, la regione mesoamericana, e il Canale di Panama in particolare, rappresentano il punto di passaggio migliore per i prodotti statunitensi diretti verso l’Estremo Oriente, uno snodo ideale per ridurre i costi e accelerare i tempi degli scambi commerciali garantendo il passaggio della mercanzia dall’Atlantico al Pacifico e viceversa. Il piano che sia i Paesi dell’area centroamericana, sia gli Stati Uniti avevano sposato (Progetto Mesoamerica) ruotava attorno alla creazione di quattro progetti differenti nella zona caraibica di Honduras, Nicaragua e Messico, dove si voleva costruire tutta una serie di infrastrutture portuarie e vie di comunicazioni stradali e ferroviarie. Ad esempio, nell’Istmo di Tehuantepec, in Messico, si portò avanti un mega progetto che proponeva la realizzazione di un porto sul Golfo del Messico e di un altro sull’oceano Pacifico, entrambi collegati da una linea ferroviaria e stradale che permettesse collegamenti rapidi. Progetti simili si stanno pianificando anche in Guatemala, in Honduras, in Salvador e in Nicaragua. In tutti i casi, essi sono stati portati avanti con lo scopo di ridurre la distanza e il tempo di percorrenza esistente tra i vari porti in modo da rendere più rapidi gli scambi da una parte all’altra della regione mesoamericana.

Il Progetto Mesoamerica in America Centrale, pur in una dimensione ridotta rispetto ai grandi piani della decade precedente, continua investendo in infrastrutture e in studi di impatto ambientale e recentemente si incrocia con una serie di mega progetti che vedono, appunto, il Nicaragua protagonista dell’iniziativa del Gran Canal interoceanico e di tutta l’infrastruttura complementare, stradale, ferroviaria, aeroportuale, portuale e di sistemi satellitari di comunicazione elettronica.

L’inserimento non pianificato dal piano USA-Messico di un canale interoceanico passando per il Nicaragua è stato firmato recentemente tra l’impresario Wang Jing, presidente dell’impresa cinese HKND (che insiste nel sostenere di non avere rapporti con il governo cinese di Beijing) e il governo nicaraguense.

L’impresa inglese Environmental Resource Management (ERM) e China Railway Construction Corporation (CRCC) hanno presentato, a porte chiuse, davanti alla Commissione Tecnica del Gran Canale i risultati preliminari degli studi ambientali e di prefattibilità.

Contemporaneamente, l’impresa petrolifera messicana PEMEX ha annunciato l’investimento di 1.400 milioni di dollari in condotte di gas naturale, propano e nafta, nonché installazioni logistiche e portuali nell’istmo di Tehuantepec a 200 chilometri dalla frontiera guatemalteca.

Sempre negli ultimi mesi è stato firmato l’accordo tra l’Autorità del Canale di Panama, dopo mesi di estenuanti trattative, con il Consorzio GUPC responsabile del raddoppiamento del Canale.

Questa è la situazione attuale in Centro America, sulla quale la valutazione è tuttora in corso, trattandosi di attualità e perché ancora non si dispone di tutte le informazioni ambientali, economiche, finanziarie e geopolitiche necessarie per arrivare a delle prime conclusioni analitiche. Comunque, la maggior parte della popolazione, così come tutto il settore imprenditoriale, appoggiano la costruzione di queste grandi infrastrutture, in particolare in Nicaragua il canale acquatico interoceanico a cui si oppongono invece alcuni gruppi ambientali e centri di ricerca non allineati con il governo.

 

RDG: In sintesi, quale è il giudizio sullo stato attuale della tema ambientale, nella prospettiva latino americana?

ML: Come conclusione molto preliminare, è doveroso riconoscere che in quaranta anni di discussioni delle Nazioni Unite, e di altre grandi organizzazioni multilaterali, le cose non sono migliorate ma piuttosto il contrario. Ciò che è accaduto è un incredibile atto di prestidigitazione, che si limita a rilevare le responsabilità a livello individuale mentre ignora le responsabilità degli Stati e delle multinazionali. Quello che è avanzato è la ricerca scientifica, la coscienza e combattività di settori importanti della popolazione.

Nei vertici internazionali nessuno tenta di valutare il costo energetico della guerra scatenata contro Afghanistan e Iraq, costi energetici che comprendono il trasporto aereo che trasferisce quotidianamente tutta la logistica dagli Stati Uniti verso il campo di battaglia, tra cui l’alimentazione dei soldati. Non ci si preoccupa di misurare la superficie abitata contaminata da uranio arricchito, dai Balcani alla Somalia attraverso il grande Medio Oriente.

Nessuno menziona le aree agricole, distrutte da fumigazioni nel contesto della guerra alla droga, in America Latina o in Asia centrale; o le aree sterilizzate mediante l’uso dell’agente arancio, dalla giungla vietnamita fino alle estensioni di palme irachene.

La coscienza collettiva aveva dimenticato le prove esistenti che i maggiori attacchi all’ambiente non sono frutto di comportamenti individuali o di tutta l’industria civile, ma dalle guerre promosse dalle transnazionali per lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali per alimentare tra l’altro i propri eserciti in guerra. Il che ci porta nuovamente al punto di partenza, quando U Thant proclamata la “Giornata della terra” in segno di protesta contro la guerra in Vietnam.

 

RDG: Esiste un ruolo, e quale, delle reti della società civile sui temi ambientali?

ML: Se consideriamo specificamente la realtà dei movimenti ambientalisti e delle reti sociali in America Centrale ci rendiamo conto che esiste in generale una conoscenza e coscienza dell’alta vulnerabilità della maggior parte della popolazione alle minacce di eruzioni vulcaniche, terremoti e uragani. Si conosce quanto sta limitando lo sviluppo di future azioni di salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità terrestre e acquatica, il continuo e costante processo di erosione dei suoli, la contaminazione urbana e rurale per le emissioni di CO2, cosi come dei pesticidi e della presenza di sementi transgeniche nelle campagne. La permanenza di forti disuguaglianze sociali e di condizioni di povertà anche nei Paesi dove esistono situazioni di pace rafforza l’espandersi della conflittualità sociale alimentata da strutture territoriali gestite dal narcotraffico. A questo molti rispondono pensando pragmaticamente ai livelli di povertà dell’America Centrale, che bisogna essere realisti, che il sistema non si può cambiare e che i soli movimenti non contribuiscono a elevare il livello di coscienza e conoscenza della gente. È vero che bisogna prendere atto che la maggior parte delle modalità del sistema capitalista sono state assunte in sostanza da tutti i Paesi del globo, anche da quelli che sono transitati per esperienze di tipo socialista. Allo stesso tempo, bisogna anche considerare, con la necessaria profondità di analisi, che in questi ultimi anni le reti sociali hanno preso coscienza dello stato delle cose presenti. Una coscienza che, peraltro, parzialmente coincide con le conclusioni di un recente studio della NASA sullo stato del pianeta e il cambio climatico. Lo studio presenta una visione a dir poco catastrofica, da fine del mondo o per lo meno di declino drammatico dell’attuale civilizzazione industriale prevedibile nei prossimi venti anni se si continua a sostenere un sistema depredatore delle risorse naturali e continua ad aumentare la disparità tra ricchi e poveri.

Da qui la necessità di una più profonda ricerca scientifica, come aveva sostenuto trent’anni fa U Thant, e di profonde trasformazioni nel sistema globale, come propongono i movimenti, che, sia pur dentro spazi sempre più controllati e ristretti, ma intercomunicati, lottano per un radicale cambio di paradigma, partendo dalle identità locali e considerando la difesa dell’ambiente come parte della lotta per la giustizia sociale e della lotta alla povertà su scala globale.

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