La Corte fissa la data: 24 gennaio

La Corte fissa la data: 24 gennaio

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L’Italicum può cadere del tutto, qualsiasi bocciatura parziale obbligherebbe il parlamento a rimettere mano al sistema di voto

C’è un motivo perché la Corte Costituzionale ha deciso, nel pomeriggio di ieri, di far sapere la data – il 24 gennaio – nella quale discuterà la sorte della legge elettorale. È perché anche nell’altro palazzo del Quirinale, come in quello dove abita Sergio Mattarella, era arrivata l’ansia delle elezioni anticipate. Tanto anticipate da non aspettare nemmeno di sapere se la legge elettorale è costituzionale oppure no.
La risposta, in realtà, non è un mistero. Anche il presidente del Consiglio che ha imposto l’Italicum con la fiducia sa che è troppo simile alla legge precedente, già bocciata dalla Corte, perché possa passare indenne il vaglio di legittimità. Ma è una legge che premia alla camera, molto, il partito che raggiunge il 40% dei voti. Quella soglia è l’ossessione dei renziani, sicuri di potersela intestare anche nella sconfitta – come rivendicato dal braccio destro di Renzi, Lotti.
Prendersi l’Italicum fin che c’è, questo era il piano. Poi al senato vada come vada, perché lì la legge elettorale al momento è il proporzionale che risulta dalla sentenza 1/2014 sul Porcellum, il cosiddetto Consultellum. Con soglie di sbarramento abbastanza alte, ma un premio di maggioranza implicito assai più contenuto, intorno al 5%. È praticamente certo che le due camera avrebbero due maggioranze diverse. Anzi, il principale motivo di incostituzionalità dell’Italicum sta proprio nel doppio regime elettorale: la torsione della rappresentanza non è giustificata dall’obiettivo della governabilità. Ed ecco che la Consulta potrebbe cancellarlo del tutto, accogliendo uno dei motivi sottoposti al suo giudizio dal tribunale di Messina. Non certo il ricorso al quale si dava più credito, tra i cinque che sono arrivati alla Corte (gli altri Torino, Perugia, Genova, Trieste). Ma alla luce della vittoria dei No, e dunque della sopravvivenza del senato elettivo che deve dare la fiducia, molte previsioni devono essere riviste.

Se il calendario scelto dalla Corte non piace al novello difensore della Costituzione Salvini (ha fretta), è però indiscutibile per chi conosce i tempi tecnici della Consulta. Anzi, c’era chi sperava in una convocazione un po’ più avanti, ai primi di febbraio, così da far rientrare nel giudizio del relatore Zanon e degli altri giudici costituzionali anche il ricorso di Genova, che contiene motivi nuovi: potrebbe essere pubblicato oggi in Gazzetta ufficiale, ma non può entrare in udienza prima di 50 giorni. Con un clima diverso si potrebbe pensare a un lieve slittamento dell’udienza del 24 gennaio.
Due sono i punti dell’Italicum che più degli altri rischiano di cadere davanti al giudizio di costituzionalità: le pluricandidature bloccate e l’accesso al ballottaggio senza soglia. Anche il ballottaggio potrebbe sparire del tutto. Ma resterebbe la differenza con la legge del senato, con le sue soglie di sbarramento. In tutti i casi di annullamento solo parziale dell’Italicum, il parlamento dovrebbe intervenire. E i tempi del voto si allungherebbero. A meno di non fare come propongono i 5 Stelle, che dopo il giudizio della Consulta vorrebbero semplicemente estendere al senato l’Italicum «residuo». Ipotesi possibile solo se dovesse cadere il ballottaggio. Viceversa due ballottaggi diversi potrebbero dare ancora due risultati diversi.
Questo è anche il pensiero di Sergio Mattarella, che una fonte del Quirinale ha consegnato all’Huffington Post: due leggi diverse presentano «forti rischi di effetti incompatibili rispetto all’esigenza di governabilità». Dunque calma, è il messaggio per Renzi: «Ovvie ragioni di correttezza istituzionale richiedono prima di andare a nuove elezioni di attendere» la Consulta. E dopo la Consulta, aggiunge Bersani, «vogliamo dare al parlamento la possibilità di ragionare?».

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Continuare come se nulla fosse successo nel frattempo, come se il crollo di fiducia nella politica della destra non ci sia stato, come se la sconfitta di Milano, che prima del 15 maggio sembrava impensabile al premier, sia stata un fatto assolutamente irrilevante. Come se la grande disobbedienza del 12 e 13 giugno sia capitata in un altro paese. Tutto ciò che prima sembrava determinante, una volta avvenuto é stato rubricato in fretta nel capitolo della cronaca antica. Siccome i cittadini non hanno votato a elezioni politiche, essi non hanno espresso alcun giudizio su questa maggioranza di governo quando hanno votato a favore di coalizioni di centro-sinistra e quando hanno detto No all’insistente suggerimento di Berlusconi di non andare a votare ai referendum.

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