Fabiano Antoniani, Fabo, in Svizzera nella clinica dei suicidi assistiti

Fabo accusa: «È una vergogna che nessuno dei parlamentari abbia il coraggio di mettere la faccia per una legge dedicata alle persone che soffrono e non possono morire a casa propria»

Alessandro Trocino, Corriere della Sera • 27/2/2017 • Libertà & Nuovi diritti, Salute & Politiche sanitarie • 5269 Viste

ROMA «Durante il viaggio non ha detto nulla. Aveva solo fretta di arrivare». Marco Cappato è in Svizzera, vicino a Zurigo. Ha accompagnato Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, prima che un incidente stradale nel 2014 lo rendesse cieco e tetraplegico.

Fabo ha fretta di morire. Avrebbe voluto farlo in Italia e lo ha chiesto anche al presidente della Repubblica. Poche ore prima della partenza, ha registrato un video con Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni. Trentacinque secondi dolorosi, nei quali si vede Fabiano che parla con difficoltà, con la testa adagiata su un cuscino a righe bianche e rosse. Accusa i politici di inerzia: «È una vergogna che nessuno dei parlamentari abbia il coraggio di mettere la faccia per una legge dedicata alle persone che soffrono e non possono morire a casa propria». Fabiano, non confidando più nei politici, la sua vita l’ha messa nelle mani dei medici di Dignitas, clinica svizzera che aiuta a morire chi lo vuole. Le cronache la chiamano impropriamente eutanasia, ma è suicidio assistito. O, come si dice a Zurigo,«assistenza medica alla morte volontaria».

Cinque ore di viaggio con amici e parenti. Se i medici daranno il via libera, saranno l’ultimo viaggio di Fabiano. Cappato non avrebbe voluto rendere pubblica la vicenda, ma sui social degli amici di dj Fabo già circolavano le prime notizie e non è stato più possibile tenere riservato questo momento.

Ieri i sanitari hanno visitato Fabo e accertato la sua volontà di morire. Oggi ci sarà una nuova visita e dovrà essere ribadita la volontà di morire. Fino all’ultimo Fabo potrà cambiare idea.

Dignitas (motto «Vivere degnamente, morire degnamente») aiuta a morire le persone che hanno malattie terminali o molto gravi e che producono sofferenze insopportabili. In Svizzera è legale. Chi aiuta non può intervenire direttamente (sarebbe eutanasia). Prepara un cocktail mortale (15 grammi di acqua, sodio e pentobarbital) e offre al paziente la sostanza, che addormenta. Trenta minuti dopo, il cuore smette di battere. In questo caso, Fabo non potrà prendere il cocktail con le mani, perché è paralizzato. Lo farà con l’unica parte del corpo che riesce a muovere, la bocca.

Cappato non è nuovo a questi viaggi. Lo scorso anno accompagnò verso la morte Dominique Velati. Cappato si assume da radicale la responsabilità morale, giuridica e politica di aiutare chi vuole morire. Un peso tremendo: «Questo tipo di aiuto andrebbe riconosciuto a tutti. Invece di essere condannati a questo esilio della morte». Ma il Parlamento è fermo. Il 3 marzo del 2016 per la prima volta è cominciato il dibattito «in materia di eutanasia», ma si è subito arenato. Ci sono sei proposte di legge e una di iniziativa popolare nata per iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni e dei radicali. In parallelo, va avanti il ddl sul Dat, le disposizioni anticipate di trattamento. Ma ci vorrà tempo. Fabo non ha voluto, né potuto aspettare. E già oggi o domani, potrebbe morire in esilio, a Zurigo.

Alessandro Trocino

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