Rom, migranti e violenze poliziesche: l’Onu boccia l’Italia sui diritti umani

Comitato diritti umani . Dalla legge 194 alle adozioni negate ai gay, dai rimpatri di massa ai campi Rom

Eleonora Martini, il manifesto • 29/3/2017 • Diritti umani & Discriminazioni, Studi, Rapporti & Statistiche • 1415 Viste

Sui diritti umani l’Onu boccia l’Italia. A 360 gradi: sovraffollamento carcerario, assenza del reato di tortura, violenze delle forze dell’ordine, mancanza di identificativi sulle divise, espulsioni collettive dei migranti, abusi negli hotspot, respingimenti privi di garanzie, minori non accompagnati insufficientemente tutelati, hate speech e discriminazioni «in tutti i campi, compresa la sfera privata», segregazione dei Rom, Sinti e Camminanti (in particolare nel Comune di Roma), sgomberi forzati.

E ancora: gravi difficoltà di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza non clandestina, discriminazione delle persone Lgbt in particolare riguardo l’adozione di bambini (e non solo la stepchild adoption), disparità di accesso alla fecondazione in vitro. E perfino una bacchettata per la risicata libertà di stampa e per la mancata depenalizzazione della diffamazione e della blasfemia.

Sono 44 i punti caldi su cui si focalizzano le raccomandazioni della Commissione dei diritti umani dell’Onu nella sesta relazione emessa ieri sul nostro Paese, a verifica del rispetto del «Patto dei diritti civili e politici» ratificato dall’Italia nel 1978. Un rapporto che i 18 membri del Comitato Onu hanno potuto discutere a Ginevra in dibattimento pubblico solo qualche settimana fa, all’inizio di marzo, con ben sei anni di ritardo, perché tanto ci ha messo lo Stato italiano a fornire le informazioni richieste dall’organismo internazionale.

Per fortuna il giudizio dello Human Right Committee – che integra la cosiddetta soft low, essendo privo di poteri sanzionatori – si è formato anche sulla base dei tre rapporti ombra presentanti dalla Cild (Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili) in collaborazione con Antigone, con l’Organizzazione mondiale contro la tortura e con Transparency international per quanto riguarda la privacy.

Motivo per il quale al Comitato non è bastato, per esempio, sapere dal governo italiano che dal 20 maggio 2016 abbiamo finalmente una legge sulle unioni civili. L’Italia, secondo l’Onu, dovrebbe «permettere alle coppie dello stesso sesso di adottare bambini, compresi i figli naturali del proprio partner» e fornire loro «parità di accesso alla fecondazione in vitro». Allo stesso modo, ben venga la «Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom», ma vanno combattuti il pregiudizio, l’odio e la discriminazione, va superata la logica dei campi, evitati gli sgomberi forzati e «in caso di sfratti, bisogna assicurare alle comunità colpite le protezioni legali e un alloggio alternativo adeguato».

E le condizioni di vita dei detenuti? Sono migliorate? Non basta, dice l’Onu: vanno aumentati gli «sforzi per ridurre il sovraffollamento» e «la sovra rappresentazione degli stranieri in carcere, anche attraverso lo svolgimento di uno studio sulla discriminazione degli stranieri nei procedimenti penali».

Sulle migrazioni poi, le raccomandazioni sono tante a cominciare dall’eliminazione del reato di clandestinità e dalla riforma della legge sulla cittadinanza. «Pur apprezzando i grandi sforzi fatti per ricevere e ospitare i numeri eccezionali di persone in fuga dal conflitto armato o dalla persecuzione», il Comitato si dice «preoccupato per le continue notizie di espulsioni collettive di migranti», tra cui la deportazione di 48 sudanesi da Ventimiglia nell’agosto 2016 (caso pendente davanti alla Cedu), «facilitato da un accordo bilaterale».

Per l’Onu poi è davvero incomprensibile come in Italia le donne non abbiano «il libero e tempestivo accesso ai servizi di aborto legale sul territorio». O perché non si possa ancora «comprendere, senza ulteriori ritardi, il reato di tortura nel codice penale, in linea con il Patto e altre norme internazionali». Infine, esprimendo preoccupazione «per la prevalenza di impunità» per gli agenti di pubblica sicurezza «coinvolti in uso eccessivo della forza», il Comitato auspica «tag di identificazione» sulle divise e «l’introduzione di un codice di condotta specifico per i funzionari delle forze dell’ordine».

Insomma, una pessima figura per l’Italia. Anche se a rendersene conto sono in pochi, a Palazzo Chigi e in parlamento. «Il governo – commenta Patrizio Gonnella, presidente di Cild – invece di allargare il campo dei diritti, con i decreti immigrazione e sicurezza li sta comprimendo. Ci auguriamo che le raccomandazioni dell’Onu servano a invertire l’ordine di priorità. La vera sicurezza passa dai diritti».

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