Lavoro & Manovra. Gli errori del governo

Gli sgravi sono pochi rispetto ai regali a Confindustria e non servono: meglio una terapia d’urto fatta di investimenti e intervento pubblico

Laura Pennacchi • 6/9/2017 • Lavoro, economia & finanza • 360 Viste

La stessa occupazione totale, misurata in termini di unità di lavoro, conta ancora 1 milione e 200mila occupati in meno rispetto al secondo trimestre 2008

Rispetto a precedenti rappresentazioni della realtà in termini mirabolanti e autocelebrativi, è da apprezzare la sincerità con cui il premier Gentiloni indica come «scandalosamente insufficiente» la generazione di lavoro per giovani e donne associata alla ripresa in atto. Ciò che, invece, non appare adeguato a sconfiggere tale «scandalo» sono le misure che il governo sta predisponendo per la prossima Legge di bilancio, in particolare una nuova decontribuzione per i contratti a tempo indeterminato per i giovani, consistente in uno sgravio del 50 per cento per i primi 2-3 anni e successivo possibile taglio strutturale di 3 punti dell’aliquota contributiva. E non è solo questione di modesta entità di tale misura: 2,3 di miliardi di risorse messi in gioco dal governo rispetto ai 10 miliardi, tutti in decontribuzione, reclamati dalla Confindustria. È questione della sua qualità e natura: la decontribuzione, infatti, è un tipico incentivo indiretto, non in grado, tanto più se a termine, nelle condizioni economiche e sociali odierne, di imprimere quella «terapia d’urto» di cui ci sarebbe bisogno per dare lavoro ai tanti giovani, spesso ad elevata scolarità, che ne sono privi.
RAGIONIAMO SULLE CONDIZIONI economiche e sociali odierne. In un Pil globale previsto crescere di poco più del 3 per cento nel 2017 e 2018 – il tasso più basso dal 2009, persistentemente al di sotto della media storica del 4 per cento registrato nelle due decadi antecedenti – e in quello dell’area Euro (pur sostenuto da politiche monetarie «non convenzionali» ancora eccezionalmente permissive) di solo l’1,7, si riflettono consumi, investimenti, scambi commerciali, produttività tutt’altro che forti e crescenti diseguaglianze, tanto è vero che la problematica della «stagnazione secolare» torna ad agitare le menti più avvedute. Oggi la Cina affronta una difficile transizione per dare più spazio alla propria domanda interna, mentre alcuni paesi emergenti (come il Brasile o la Russia) non sono ancora pienamente usciti da gravi recessioni. Cinque anni di «trappola della bassa crescita» hanno indebolito il commercio globale e gli investimenti, creato una disconnessione tra i rialzi di mercati azionari sempre molto turbolenti e le prospettive dell’economia reale, alimentato la divergenza tra tassi di interesse tra le maggiori economie – in alcuni paesi in conseguenza anche di un rapido incremento del prezzo degli immobili – accentuando i rischi (specie dell’accumularsi di nuove «bolle»), la volatilità dei tassi di cambio, la vulnerabilità agli shocks esterni. Grandi cambiamenti stanno avvenendo dal lato dell’innovazione tecnologica e della creazione di valore, con le loro controverse implicazioni sulla competitività dei paesi e il commercio internazionale. Ma se la dinamica della produttività appare spesso oscura e indecifrabile, quel che sembra sempre più chiaro è che anche per cogliere i guadagni di produttività impliciti nel progresso tecnico sarebbe necessaria una straordinaria accumulazione di nuovo capitale e, dunque, sarebbero necessari straordinari nuovi investimenti, a partire dalle vecchie e dalle nuove infrastrutture.
LA MISURA IN CUI gli investimenti sono calati con la crisi e dopo è impressionante, ponendoci di fronte a ciò che Krugman chiama “the combination of a rising profit share and weak investment”. L’Ocse denunzia che gli investimenti sono stati il vero supporto mancante (missing) per la crescita globale, gli scambi, la produttività, i salari reali. Nell’Eurozona gli investimenti sono crollati fino al 30%. E qui, infatti, la debolezza del mercato del lavoro (labour slack) – che emerge in tutta la sua gravità, come mettono in luce gli stessi organismi della Unione Europea e la stessa Bce di Draghi, se non ci si focalizza solo sul tasso di disoccupazione, ma si prende in considerazione lo scarto tra il volume di lavoro desiderato e quello reso disponibile da parte delle imprese – è maggiore che altrove: in Europa ai 23 milioni di disoccupati bisogna aggiungere 27 milioni di persone o inattive ma desiderose di lavorare o sottoccupate o part-timers involontari. In Italia questa situazione si riproduce in termini accentuati, collocandoci a notevole distanza dai livelli raggiunti prima della crisi del 2008 e consegnandoci un’area di “sofferenza e disagio” del lavoro (disoccupati, scoraggiati disponibili a lavorare, occupati Cig, Partite Iva a basso reddito, precari e part-time involontari) di più di 9 milioni di persone. I recenti dati Istat – tanto osannati – vanno letti con più cura: si vedrà che il numero degli inattivi e quello degli scoraggiati, soprattutto giovani e meridionali, rimane pericolosamente alto, che l’alto numero di precari e con contratto a termine nell’occupazione totale ne rende la qualità assai scadente nel confronto con gli altri paesi europei, che la stessa occupazione totale, misurata in termini di unità di lavoro, conta ancora 1 milione e 200.000 occupati in meno rispetto al secondo trimestre 2008, che il calo degli investimenti, al netto dei mezzi di trasporto, continua anche nell’ultimo trimestre (fatto pari a 100 il livello del 2008 siamo persistentemente a 75).
PER QUESTO LA «TERAPIA d’urto» cui c’è bisogno non può non consistere in un grande piano di investimenti pubblici che preveda anche lo Stato “occupatore di ultima istanza” – secondo le indicazioni di celebri economisti come Keynes, Minsky, Meade, Atkinson e altri –, uno Stato in grado di offrire lavori pubblici utili socialmente, anche temporanei, al salario minimo legale ai disoccupati che cerchino e non trovino lavoro o per integrare l’occupazione di coloro che abbiano un lavoro parziale involontario. Eppure, non dirò il Partito democratico di Renzi, ma anche la sinistra che si pretende «radicale» su questo punto cruciale esita e rimane silente. Invece, il quadro complessivo che dovremmo darci è quello del «nuovo modello di sviluppo», entro cui rilanciare un’idea alta di «programmazione» e «progettazione» restituendo valore e forza all’obiettivo delle «piena e buona occupazione»: invece che affrontare ex post i costi della perdita di impiego, fare ex ante degli investimenti pubblici e della creazione di lavoro il motore di una crescita riqualificata. Le cose che bisogna realizzare, infatti, fuoriescono tutte dall’ordinario: a) identificare fini e valori per dare vita a un nuovo modello di sviluppo (l’opposto dell’assumere gli esiti del mercato come un dogma naturale immodificabile e, conseguentemente, del limitarsi a compensare i perdenti); b) dirigere l’innovazione orientandola verso bisogni e fini sociali (ricerca di base, rigenerazione delle città, riqualificazione dei territori, ambiente, salute, scuola, ecc.), l’opposto della “neutralità” e dell’ostilità per l’intervento pubblico che va per la maggiore soprattutto, ma non solo, a destra; c) considerare lo Stato come grande soggetto progettuale e come Employer of last resort, invece che il “perimetro” da assottigliare e depotenziare ipostatizzato dalle politiche correnti.

FONTE: Laura Pennacchi, IL MANIFESTO

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