Via al Congresso PCC. Si decide Il futuro della Cina (e del resto del mondo)

Via al Congresso PCC. Si decide Il futuro della Cina (e del resto del mondo)

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Oggi 18 ottobre comincia il 19mo congresso del partito comunista cinese, già ribattezzato «il congresso di Xi Jinping». L’appuntamento cade ogni cinque anni: si tratta dell’incontro del gotha politico del paese e ha tra le sue funzioni principali quella di nominare i funzionari che comporranno gli organi dirigenziali più importanti del partito per i successivi cinque anni. Una volta concepite queste scelte, saranno questi funzionari e le loro «correnti» di appartenenza, a decidere gli indirizzi di natura politica ed economica del paese nell’immediato futuro.

IL CONGRESSO DI QUEST’ANNO potrebbe essere definito di mid-term, perché arriva proprio a metà del decennio riservato alla leadership di Xi Jinping, ma ha assunto ormai da tempo una rilevanza molto più profonda: si dice infatti che sarà il «congresso di Xi», proprio perché il numero uno cinese si giocherà tutto, tanto in termine di nomine, quanto di rilevanza storica e possibilità di esercitare il proprio mandato oltre i dieci anni canonici della carica di segretario del partito e di presidente della Repubblica popolare cinese.

IN PARTICOLARE, l’appuntamento dovrà decidere chi comporrà i seguenti organi apicali del partito: i 200 membri fissi e i 100 alternati del Comitato centrale, i 25 membri del Politburo, i membri (attualmente 7, in passato 9) dell’Ufficio politico del Politburo, cuore decisionale della Cina. Queste poche centinaia di persone saranno gli uomini più potenti del paese. E il loro numero uno sarà – come ha sottolineato la cover dell’Economist qualche giorno fa – uno degli uomini più potenti del mondo.
Il Congresso del Pcc, benché caratterizzato dal suo rituale, dal suo impatto sul paese che spesso viene raccontato dai media internazionali con toni quasi folcloristici (il paese è come se chiudesse per consentire ai sovrani di prendere le decisioni fondamentali, come fosse una specie di Conclave) ha in realtà un’importanza non da poco anche per il resto del mondo.

SE VINCERÀ XI JINPING – come è assai probabile – avremo una Cina compatta intorno all’idea del «sogno cinese» del suo numero uno: una visione nazionalistica tendente a stabilizzare l’economia, a modernizzare il sistema industriale, a produrre un mix sempre maggiore tra capitale privato e capitale statale e soprattutto comporterà una Cina sempre più forte nella sua postura internazionale e sicuramente determinata a rendere effettivo, lucrativo e tendenzialmente egemonico il progetto di Nuova via della Seta, il Bri (Belt and Road initiative), che malgrado sia presentato da Pechino come un’opportunità per tutti, non nasconde le proprie mire globali.

INSIEME A QUESTO non mancano le sfide più rischiose: il gruppo dirigenziale raccolto intorno al proprio leader dovrà affrontare problemi non da poco. Innanzitutto questioni economiche, come ad esempio il debito delle amministrazioni locali e le difficoltà a mantenere un controllo su quanto accade nelle zone periferiche del potere; la necessità di sviluppare ancora di più il mercato interno, benché lo sfogo del Bri potrà ovviare al surplus del manifatturiero.

Ci sono poi questioni internazionali rilevanti: la tensione sotto traccia con l’India, le questioni ancora aperte sulle zone di mare contese e più di tutte la crisi coreana, ancora molto distante dalla sua soluzione.

Ecco chi sono i 4 osservati speciali del XIX Congresso

WANG QISHAN

Wang Qishan è il capo del team anti corruzione voluto da Xi Jinping. Pur ufficialmente non essendolo, è considerato il n. 2 del partito. La sua azione contro i corrotti è stata letale: aveva promesso che avrebbe catturato «le tigri e le mosche» e così ha fatto: migliaia di processi, centinaia di arresti. Wang Qishan non ha guardato in faccia nessuno: ha arrestato funzionari, militari, personaggi importanti, così come piccoli amministratori. Con due problemi però: il primo è Guo Wengui, un miliardario in esilio che lo accusa di aver approfittato della sua situazione per arricchire i famigliari. Sono – per ora – accuse senza prove. Il secondo è che Wang ha superato i 68 anni, età limite per i funzionari cinesi. Ma si dice che Xi voglia forzare il sistema e promuoverlo a numero due effettivo e al ruolo di premier.

LI KEQIANG

L’attuale premier nel corso di questi cinque anni è stato di fatto oscurato dalla preponderanza del numero uno Xi Jinping. Li Keqiang è l’unico, insieme al presidente, che in teoria dovrebbe rimanere tra i sette dell’Ufficio politico del Politburo non avendo ancora raggiunti i limiti di età. Però la sua carriera potrebbe rilevare un intoppo proprio nell’eventuale promozione di Wang Qishan al ruolo di premier. In questi cinque anni Li non è stato in grado di attuare più di tanto le proprie idee in materia di riforme e aggiustamenti economici, perché anche quelle decisioni sono finite nelle grinfie di Xi Jinping e della sua smania di controllo totale. Li inoltre, agli occhi di Xi, ha un punto debole: è un uomo del vecchio sistema di potere, quello di Hu Jintao e Wen Jiabao, una camarilla che Xi Jinping negli ultimi tempi ha smantellato pezzo dopo pezzo.

CHEN MIN’ER

Di recente Xi Jinping ha eliminato un potenziale concorrente alla sua successione. Il giovane funzionario classe 1960 Sun Zhengcai, a capo del partito di Chongqing e considerato un protetto di Wen Jiabao è stato destituito da capo del partito, poi è stato indagato per corruzione e infine è stato espulso. Al suo posto Xi Jinping ha messo il fedelissimo, Chen Min’er, dato come potenziale autore di un clamoroso doppio salto: ora è nel Comitato centrale e potrebbe arrivare già a ottobre nell’Ufficio politico, saltando il passaggio intermedio del Politburo. Potrebbe essere lui a succedere al super leader tra 10 anni. Chen Min’er è un alleato del presidente: era stato capo della propaganda quando Xi era al comando del partito nello Zhejiang, dal 2002 al 2007. Se dovesse passare la sua «promozione» Xi avrebbe in maggioranza suoi uomini nel cuore del potere.

HU CHUNHUA

Hu Chunhua è segretario del Pcc del Guangdong, una delle regioni cinesi più importanti, responsabile da sola di oltre un quinto delle esportazioni totali della Cina. Hu è uno dei più giovani funzionari in carriera, classe 1963, ed è da considerarsi del gruppo dei «protetti» di Hu Jintao, tanto da essere chiamato «il piccolo Hu». Hu Chunhua è molto stimato: ha saputo fare una carriera nel partito prendendosi importanti responsabilità. Entrato nella Lega della gioventù comunista, feudo politico proprio dell’ex presidente, ha ricoperto importanti ruoli in zone «sensibili» come il Tibet e la Mongolia interna dimostrando di essere in grado di «mantenere la stabilità» anche con l’utilizzo di un pugno di ferro molto apprezzato dalla dirigenza cinese. Potrebbe essere uno dei sette più potenti, sempre che Xi non veda in lui un futuro grattacapo anziché una risorsa.

FONTE: Simone Pieranni, IL MANIFESTO



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