Puigdemont non chiede asilo in Belgio, ma non torna a Barcellona

Crisi catalana. Dovrà comparire davanti al giudice per il reato di sedizione già giovedì o venerdì. Dal Belgio, il president accetta la sfida elettorale: «Ci atterremo al risultato»

Giuseppe Grosso • 1/11/2017 • Internazionale • 355 Viste

MADRID.«Non sono qui per chiedere asilo politico né per sfuggire alla giustizia spagnola». Però a Barcellona non ci torno. Lo ha ammesso senza tanti giri di parole Carles Puigdemont, apparso ieri in conferenza stampa da Bruxelles, dove l’ex governatore catalano ha ripiegato insieme ai suoi ministri più fedeli. Due o tre di loro sono peró tornati con un volo serale.

«Siamo qui – ha fatto sapere Puigdemont dal Belgio – per portare la questione catalana nel cuore dell’Europa e poter esercitare in libertà e sicurezza le funzioni di president della Generalitat», a cui Puigdemont non vuol proprio rinunciare; nonostante la destituzione fulminea e, soprattutto, nonostante la spada di Damocle di 30 anni carcere per ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici. Accuse per le quali è chiamato a rispondere davanti al giudice tra giovedì e venerdì  e che potrebbero dar luogo a un mandato di cattura internazionale, nel caso in cui – come pare – il fu president non si presentasse in aula. Ma, allo stesso tempo, accuse che Puigdemont disconosce e restituisce al mittente: «La magistratura spagnola è politicizzata e lo stato vuole processare le idee;  non ci sono garanzie democratiche e non torneremo in Spagna finché non ci verrà assicurato un processo giusto».

RESISTENZA, dunque, e guerra di nervi da combattere ora su due fronti: quello europeo di Bruxelles, dove gli «insorti» si occuperanno di mantenere accessi i riflettori internazionali sulla causa catalana; e quello interno di Barcellona, dove Oriol Junqueras e i suoi uomini gestiranno le fasi preliminari alle elezioni «plebiscitarie» di dicembre. Tutto, quindi, rimandato al voto, che Puigdemont definisce «come una sfida», che il suo partito, PDeCAT (come il resto del blocco indipendentista: sicuramente Erc e, forse, anche la Cup che non si è ancora espressa), è disposto ad accettare. In cambio di garanzie, però. Ovvero in cambio dell’impegno di Rajoy a rispettare gli equilibri politici che usciranno dalle urne: «Io e il popolo catalano ci atterremo al risultato del 21-D; possiamo aspettarci altrettanto dal governo spagnolo?», ha insinuato l’ex capo del governo catalano.

L’ESITO ELETTORALE sarà cruciale sia per il futuro degli insorti, sia per quello del processo secessionista. Se i nazionalisti catalani (in leggero vantaggio sugli unionisti secondo gli ultimi sondaggi dell’istituto statistico catalano) dovessero presentarsi di nuovo in blocco e vincere, che cosa succederà? Madrid si guarda bene dal chiarirlo, ma con tutta probabilità si ritornerebbe di nuovo alla casella di partenza, con uno scenario di stallo simile a quello attuale, ma in un clima ancora più teso.

Però vale anche la domanda contraria, ovviamente: se dovessero prevalere le forze costituzionaliste (che, a quanto pare, non si presenteranno in coalizione), si raffredderanno una volta per tutte le braci dell’indipendentismo? E, in tal caso, che ne sarà di Puigdemont e compagni?

PUIGDEMONT – che intanto si è messo nelle mani dell’avvocato Paul Bekaert, famoso per aver impedito l’estradizione di alcuni esponenti dell’Eta – nel frattempo ha cercato di mantenere fuori dall’affaire il Belgio e i suoi governanti, anche se sono risapute le simpatie tra l’esecutivo catalano e il partito nazionalista Fiammingo. Il vicepremier belga Kris Peeters ha già storto il naso: «Se uno dichiara l’indipendenza farebbe meglio a restare nel suo paese». Il rischio di un incidente diplomatico nel seno della Ue, d’altronde, è concreto, tanto che anche il primo ministro belga ha voluto intervenire sulla questione per chiarire la neutralità del suo governo: «Puigdemont ha gli stessi diritti di qualsiasi cittadino europeo: né più, né meno».

PODEMOS (che difende a livello centrale una posizione unionista) deve intanto affrontare la sua personale questione catalana, esplosa in seguito all’ammutinamento del leader pro indipendentista della filiale catalana del partito, Albano Dante Fachin. Messo alla porta da Iglesias, Fachin ha criticato duramente l’intervento del segretario generale, paragonandolo all’applicazione del 155 sul governo catalano. «Si tratta – ha dichiarato ieri Fachin, che intende sottomettere la sua rinuncia al voto della direzione catalana – di una strategia che mira a tagliar fuori Podem per andare alle elezioni di dicembre con Catalunya en Comú».

FONTE: Giuseppe Grosso, IL MANIFESTO

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