Per Papa Francesco la paura verso i migranti «è comprensibile, ma va superata»

L’appello per la giornata mondiale del rifugiato: gli stranieri rispettino le leggi dei Paesi che li ospitano

Gian Guido Vecchi • 15/1/2018 • Immigrati & Rifugiati • 399 Viste

CITTÀ DEL VATICANO L’integrazione, spiegava una settimana fa agli ambasciatori, è «un processo bidirezionale, con diritti e doveri reciproci». Così ieri, nella messa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, davanti a novemila persone da 49 Paesi che affollavano la basilica di San Pietro, Francesco ha invitato con realismo a superare le difficoltà dell’accoglienza senza nascondersele. Perché «non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze», ha spiegato il Papa nell’omelia. «E così spesso rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci». Vale per tutti, chi è chiamato ad accogliere e chi chiede aiuto: «Le comunità locali, a volte, hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, “rubino” qualcosa di quanto si è faticosamente costruito. Anche i nuovi arrivati hanno delle paure: temono il confronto, il giudizio, la discriminazione, il fallimento». E «queste paure sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano». L’essenziale è non cedere, però: «Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, il diverso, il prossimo che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore».

Il messaggio di Francesco, che stamattina parte per il suo viaggio in Cile e Perù, è scandito da quattro verbi, «accogliere, proteggere, promuovere e integrare». Il Papa cita le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni, «venite e vedrete!», come «un invito a superare le nostre paure per poter andare incontro all’altro, accoglierlo, conoscerlo e riconoscerlo». Vale pure per chi è costretto a migrare: «Nel mondo di oggi, per i nuovi arrivati, accogliere, conoscere e riconoscere significa conoscere e rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti. Significa pure comprendere le loro paure e apprensioni per il futuro». Lo aveva detto anche al Corpo diplomatico: «A chi è accolto si chiede l’indispensabile conformazione alle norme del Paese che lo ospita, nonché il rispetto dei principi identitari dello stesso». D’altra parte, prosegue Francesco, «per le comunità locali, accogliere, conoscere e riconoscere significa aprirsi alla ricchezza della diversità senza preconcetti, comprendere le potenzialità e le speranze dei nuovi arrivati, così come la loro vulnerabilità e timori».

Al fondo, ci sono le parole del Giudizio universale nel capitolo 25 di Matteo, «quanto non faceste a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, neppure a me lo faceste», l’atteggiamento che distinguerà i giusti dai dannati: «Il Signore era affamato, assetato, nudo, ammalato, straniero e in carcere, e da alcuni e stato soccorso mentre da altri no». È «una preghiera reciproca» a chiudere: «Migranti e rifugiati pregano per le comunità locali, e le comunità locali pregano per i nuovi arrivati».

FONTE: Gian Guido Vecchi, CORRIERE DELLA SERA

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