Partigiani sempre. Uniti, antirazzisti e antifascisti

Nei giorni scorsi si era insistito molto sul carattere pacifico della manifestazione, e il timore di provocazioni era presente e si è fatto sentire

Mario Di Vito • 11/2/2018 • Immigrati & Rifugiati, Osservatorio razzismo & discriminazioni • 539 Viste

Il servizio d’ordine è stato imponente e ha contribuito a far sì che ogni cosa andasse per il verso giusto

MACERATA. Quando la testa del corteo è ormai a metà percorso, la coda deve ancora lasciare il punto di partenza. Dalle casse la voce degli organizzatori si fa sentire forte: «Siamo trentamila».
IL GIORNO DELL’ANTIFASCISMO a Macerata è stato un bagno di folla quasi inaspettato. «Pensavamo saremmo stati molti meno, soprattutto dopo le difficoltà dell’ultima settimana», confidano dal Sisma, il centro sociale che ha tessuto la rete che ha portato alla pacifica invasione della città di ieri.

Il serpentone era lungo più di un chilometro, su un percorso intorno alle mura cittadine che di chilometri ne prevedeva in totale soltanto tre. Sin dalla prima mattinata, i giardini Diaz si sono riempiti di persone: militanti da ogni parte d’Italia, certo, ma anche cittadini qualunque accorsi a mostrare il proprio sdegno per la sparatoria razzista compiuta dal militante leghista Luca Traini una settimana fa, e al conseguente clima di giustificazionismo pararazzista arrivato da troppe parti.

Tra i primi ad arrivare è stato Adriano Sofri, che si aggirava tra i ragazzi che gli stringono la mano, quasi stupiti di vederlo lì. Presenti anche i rappresentanti della comunità africana cittadina, accolti dagli applausi di tutti al loro ingresso. Poi ancora, tra gli altri: Pippo Civati, Nicola Fratoianni e un pugno di parlamentari di Leu (alcuni dei quali con un adesivo attaccato addosso: «Liberi, Uguali e Antifascisti»), quelli di Potere al Popolo guidati da Viola Carofalo e Maurizio Acerbo, Francesca Re David con la Fiom, Gino Strada di Emergency, Sabina Guzzanti, l’ex ministro Cécile Kyenge, Sergio Staino, il disegnatore Michele Rech (alias Zerocalcare), la partigiana Lidia Menapace, l’anarchico Lello Valitutti, in apertura di corteo, di fianco al camion da cui partivano gli interventi. Tante le bandiere di ogni colore, tra cui quelle dell’Anpi e dell’Arci, presente tra l’altro con la sua presidente Francesca Chiavacci. Come annunciato, infine, ha sventolato con le altre anche la bandiera del manifesto, con lo slogan «La rivoluzione non russa».

LA FRATTURA che si era venuta a creare nel fronte antifascista durante la settimana – con Cgil, Anpi, Arci e Libera che si erano dissociate dalla manifestazione – è sostanzialmente sanata: tanti iscritti di base di queste associazioni hanno partecipato all’iniziativa maceratese. Nella calca si è fatto vedere anche qualche militante locale del Pd, che a mezza bocca ammette di non condividere la posizione del proprio partito su questa vicenda: assenza senza giustificazione: «Traini ha sparato anche contro una nostra sede, non venire qui sarebbe stato un errore». L’unico dettaglio che stona è la completa assenza di figure istituzionali.

IL SINDACO Romano Carancini ha fatto sapere di essere con gli antifascisti, ma solo«col cuore», non condividendo comunque tempi e modalità del corteo. A conti fatti, però, quella di Macerata si segnala anche come prima manifestazione europea contro il terrorismo in cui non si è fatto vedere nemmeno un rappresentante delle istituzioni. Un’occasione persa, visto e considerato il clamoroso successo di partecipazione della giornata di ieri.

LE TENSIONI IPOTIZZATE in maniera non sempre disinteressata alla vigilia non ci sono state: la manifestazione è stata in tutto e per tutto pacifica, la polizia in assetto antisommossa si è limitata a presidiare gli ingressi al centro storico e non è mai entrata in contatto con le persone in corteo. È apparsa financo eccessiva l’aria di città blindata che ha assunto Macerata, con i negozi che per lo più hanno tenuto le serrande abbassate. Gli unici due paninari aperti nei pressi dei giardini Diaz, in verità, hanno fatto affari d’oro.

FINO A VENERDÌ SERA le cose erano avvolte nell’incertezza, tra la prefettura che minacciava di bloccare tutto e il sindaco che ha tentato in ogni modo di modificarne il percorso. Non c’è però mai stato alcun divieto di manifestare, o almeno così ha sempre sostenuto la questura, che di comunicazioni ufficiali dal Viminale non ne ha ricevuta nemmeno una.

INUTILE NEGARE che quando tutti i manifestanti sono tornati al punto di partenza per ascoltare gli ultimi interventi prima del rompete le righe, gli organizzatori hanno tirato un bel sospiro di sollievo. Nei giorni scorsi si era insistito molto sul carattere pacifico della manifestazione, e il timore di provocazioni era presente e si è fatto sentire: il servizio d’ordine è stato imponente e ha contribuito a far sì che ogni cosa andasse per il verso giusto. Tutto è andato secondo i piani, anzi, dalle finestre dei palazzi, molti cittadini hanno battuto le mani al passaggio del serpentone.
La partita sul filo del rasoio tra il ministro degli Interni Marco Minniti (che nei giorni scorsi ha fatto di tutto per rendere il clima pesante) e i ragazzi del centro sociale Sisma è stata infine vinta dai secondi: una piazza grande, bella e antifascista. Come dovrebbe essere tutto il Paese.

FONTE: Mario Di Vito, IL MANIFESTO

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