Spd tra «peste e colera»: Schulz si dimette, interim a Olaf Scholz, il lavoro scompare

Germania. Martin Schulz se ne va, al suo posto in attesa del Congresso c’è lo sceriffo di Amburgo, Olaf Scholz

Sebastiano Canetta • 15/2/2018 • Europa, Internazionale • 565 Viste

Olaf Scholz ora deve convincere 460mila tesserati a votare a favore della coalizione con Merkel e di un accordo da cui è sparita la battaglia per l’occupazione

BERLINO. Dopo le dimissioni di Martin Schulz, nella Spd si apre l’interim affidato ai fedelissimi della linea dell’ex segretario. Fino al 22 aprile il partito rimane nelle mani del «commissario» Olaf Scholz, sindaco di Amburgo e futuro ministro delle finanze: un europeista convinto, anche se molto meno macronista del predecessore.

Poi il Congresso di Wiesbaden sancirà l’investitura ufficiale di Andrea Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici da 153 anni. Una storia già scritta: perfino se a vincere il posto sarà Simone Lange, sindaca di Flensburg e candidata alternativa alla delfina designata dalla «vecchia guardia».

In tutti i casi, la Spd si ritrova comunque tra «la peste e il colera» come ben riassume il co-leader della Linke, Bernd Riexinger: «Il problema non è il ricambio nella Spd ma il patto con Merkel. I socialisti hanno tradito il programma elettorale: non faranno nulla per fermare il lavoro a tempo e neppure per aumentare i salari»

Per ora, infatti, «il principale obiettivo è riportare la Spd a essere il primo partito della Germana». È la méta, niente affatto pro-tempore, annunciata ieri da Scholz al telegiornale al pari del sostegno al nuovo vertice Spd costruito contestualmente al contratto di coalizione: «Nahles si è dimostrata una solida capogruppo; sarà anche una segretaria forte».

Insieme, prima del referendum degli iscritti di fine mese, dovranno costruire l’accordo di governo in cui «si raggiungerà molto a favore della coesione sociale tra i cittadini», promette il commissario di Amburgo, non senza l’appoggio dell’ufficio di presidenza che ha “acceso” la sua candidatura e supervisiona il tavolo con la Cdu-Csu.

Cifre alla mano, nelle quasi 200 pagine di bozza non ancora resa pubblica «il 70% riporta l’impronta della Spd», almeno secondo lo studio citato ieri da Martin Schulz.

Fa parte della campagna elettorale per convincere i circa 460mila tesserati a votare a favore della Groko, avviata ieri alla celebrazione del mercoledì delle Ceneri della Spd a Vilshofen (Baviera), dove il commissario Scholz ha sollecitato i militanti a sostenere il «programma con cui si può trovare d’accordo».

Ma è un appello utile anche a respingere l’attacco dell’alleato bavarese, che accusa i socialdemocratici di rappresentare «il partito autodidatta della Germania», come sintetizza il segretario generale Csu, Andreas Scheuer, infastidito per le «dispute di carattere personale» che minacciano la stabilità del governo.

Eppure l’interim nella Spd non è certo una novità: accadde nel 1993 con l’ex presidente federale Johannes Rau e nel 2008 con l’attuale capo di Stato Frank-Walter Steinmeier. Anche se il grosso del malumore si concentra intorno all’improvviso affidamento della segreteria a Scholz alla luce della preferenza di Nahles a entrare in carica da subito.

Esattamente come lei, anche il futuro vice-cancelliere intende rifondare la Spd come «partito di popolo» riportandola a galla dal fondo del sondaggio Insa che lunedì la inchiodava al 16,5%. Sempre e ancora ancora «massima responsabilità» verso l’Europa, che poi significa soprattutto nei confronti di Emmanuel Macron.

Ma a differenza di Schulz, come annota la Berliner Zeitung, Scholz non dimostra l’apertura incondizionata all’asse politico che porta la Ue a “marciare” allineata con Parigi. «Bisogna fare proposte condivise da tutti», è il primo altolà alla francofilia politica e intellettuale dell’ex presidente dell’Europarlamento. Ma anche così differenziata, a sentire la sinistra, la Spd rimane incastrata tra «peste e colera, e non importa ciò che fa».

Ieri su Neues Deutschland, Riexinger ha evidenziato il problema all’attenzione dei dirigenti vecchi e nuovi. «Capisco chi nella Spd non voterà per un accordo che non mette neppure i cerotti alle ferite che il suo stesso partito ha provocato. Lo “squarcio” maggiore resta la politica del mercato del lavoro: idee abbastanza buone nel programma elettorale ma ora niente per il lavoro temporaneo, contrattazione collettiva e salario minimo più alto», spiega il leader che guida la Linke insieme a Katja Kipping. Del resto, «se scommetti sul male minore, ottieni il più grande».

FONTE: Sebastiano Canetta, IL MANIFESTO

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