Guardia alpina soccorre una migrante incinta, ora rischia 5 anni di carcere

Venerdì scorso Benoit Ducos è comparso davanti a un giudice che gli ha notificato il capo di imputazione. Con lui si sono presentati diversi amici e compagni provenienti anche dall’Italia

Maurizio Pagliassotti • 20/3/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 781 Viste

I via vai di migranti lungo la direttrice Torino – Modane è diventato particolarmente intenso negli ultimi mesi. I migranti hanno compreso, soprattutto grazie al lavoro dei gruppi di volontari italo francesi che si muovono lungo il confine, che tentare di passare il Colle della Scala, poco sopra Bardonecchia, comporta il rischio della vita. Quindi si sono spostati verso Claviere – Monginevro, territorio caratterizzato dalla presenza di una statale molto trafficata.

In virtù di questa nuova via il flusso di migranti, negli ultimi tempi non solo africani ma perfino iracheni, siriani e asiatici, è aumentato notevolmente.

Capita così che i migranti raggiungano l’ultimo paese italiano prima del confine, Claviere, con una corriera, oppure accompagnati da passeur che li caricano a Torino su dei piccoli pullman scuri. Una volta scaricati, in media cinquanta alla settimana, si incamminano lungo le piste da sci che portano al di là del confine. E’ un pellegrinaggio invisibile agli occhi della gendarmeria, che controlla dal piccolo gabbiotto piazzato prima di Montgenevre il traffico lungo la statale.

Ma, sopra e sotto la strada, mischiati con gli sciatori e turisti con le ciaspole, soprattutto nelle ore notturne i passaggi sono frequenti.
Benoit Ducos è un falegname, guardia alpina volontaria: vive a Briancon, dodici chilometri a ovest del confine, la terra promessa di ogni migrante che si è messo in marcia. Benedetto ha poco più di quaranta anni e fa parte del gruppo di volontari che “pattuglia” il confine alla ricerca di uomini e donne che si perdono, magari nel gelo della notte, con le scarpe da ginnastica, affondati fino all’inguine dentro la neve.

Sabato dieci marzo Benoit e suoi compagni incrociano una famiglia nigeriana composta da madre, padre e due bimbi piccolissimi. La donna è incinta e sta per partorire. Il punto in cui Benoit Ducos incrocia il suo destino è un piccolo passaggio lungo una pista di fondo a quasi duemila metri di quota: ci sono almeno dieci gradi sotto zero, e due metri di neve. La donna, esausta, è all’ottavo mese di gravidanza.
Benoit e suoi compagni di “Refuge Solidaire” caricano la famiglia in automobile e volano all’ospedale di Briançon. Tutti versano in condizioni di ipotermia.

Giunti alle porte della cittadina francese – ove vige una sorta di accordo tra l’amministrazione comunale e i volontari francesi che gestiscono il piccolo punto d’approdo dei migranti – l’automobile guidata da Benoit viene fermata dalla Gendarmerie. In quel momento la donna ha iniziato ad avere le contrazioni del parto. Benoit è stato arrestato sul posto ed incriminato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Rischia fino a cinque anni per traffico di esseri umani.

Immediatamente è scattata la rete di solidarietà, in Italia e in Francia. Venerdì scorso Benoit Ducos è comparso davanti a un giudice che gli ha notificato il capo di imputazione. Con lui si sono presentati diversi amici e compagni provenienti anche dall’Italia.
La rete di solidarietà in questi mesi ha assunto forme massicce: la presenza di passeur si fa sentire fin dall’origine del viaggio, ovvero alla stazione di Torino Porta Nuova. Esistono infatti diversi pacchetti: con 200 euro si arriva fino a Ulzio, 40 chilometri dal confine. Con 500 si passa dall’altra parte senza troppi problemi. I volontari tentano, anche con metodi rudi, di stroncare questi traffici, e parallelamente di creare un sistema di protezione per chi si avventura, spesso in condizioni estreme, verso il confine.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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