La terra avvelenata

L’approccio produttivista applicato al settore agricolo e la conseguente riduzione del cibo a mera commodity ha portato a non considerare più la terra come bene comune

Carlo Petrini • 23/5/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 165 Viste

Insieme all’acqua e all’aria, il suolo è essenziale per l’esistenza delle specie presenti sul pianeta e svolge un ruolo centrale nell’ ecosistema. Organismo complesso e fragile, alla stregua di tutti gli esseri viventi, nasce, si evolve in tempi lunghi e si ammala talvolta mortalmente.

Come per gli esseri umani, i sintomi di queste malattie non sono sempre visibili: è così nel caso dell’inquinamento del suolo, un problema estremamente serio che per troppo tempo è stato sottovalutato e ignorato. Un problema che coinvolge tutti: un suolo degradato mette a rischio la sicurezza alimentare ripercuotendosi su aria, acqua e cibo.
La Fao, nel suo ultimo rapporto rilasciato la scorsa settimana ( Soil Pollution: A Hidden Reality), ha lanciato l’allarme: l’inquinamento del suolo rappresenta una minaccia sempre più preoccupante anche per la mancanza di informazioni adeguate. L’ultima (e unica) stima fatta a livello globale sull’inquinamento del suolo risale agli anni ’90. All’epoca si contarono 22 miliardi di ettari inquinati, un numero impressionante che secondo le proiezioni Fao non può che essere cresciuto. E un’inversione del trend non sembra all’orizzonte: le cause del disastro sono legate a tutte le attività antropiche che sono proprie del sistema economico in cui siamo immersi e che fanno parte delle nostre abitudini. Dall’eccessiva produzione di rifiuti domestici, urbani e zootecnici al massiccio impiego di pesticidi e fertilizzanti in agricoltura; dall’estrazione mineraria alla fusione e produzione di materiali derivati dal petrolio fino all’utilizzo di plastica “usa e getta” che viene troppo spesso dispersa nell’ambiente; dalle emissioni generate dai trasporti fino ai rifiuti elettronici: tutti fattori che contribuiscono all’aggravarsi del problema. La produzione dell’industria chimica è cresciuta negli ultimi decenni e aumenterà annualmente del 3,4% fino al 2030; la produzione globale di rifiuti solidi urbani aumenterà di 2,2 miliardi di tonnellate l’anno; circa 110 milioni di mine inesplose sono sparse nel mondo rilasciando metalli pesanti e l’industria bellica non sembra volersi fermare: stiamo giocando con il fuoco.
Il suolo è una risorsa limitata, non rinnovabile, che gioca un ruolo cruciale per la nostra sopravvivenza. Dal suo stato di salute dipende la biomassa vegetale su cui si sostiene tutta la catena alimentare.
È nel suolo che i semi trovano la loro culla e che le piante trovano gli elementi nutrizionali necessari alla loro crescita. Ci domandiamo come nutrire il pianeta senza capire che la condicio sine qua non per farlo è nutrire prima di tutto l’humus, la risorsa naturale senza la quale il genere umano non potrebbe alimentarsi.
C’è bisogno di maggiore consapevolezza da parte dei cittadini e di più ricerca a livello istituzionale: lo studio Fao è un primo passo per tentare di capire meglio la questione e formulare soluzioni globali e sistemiche per limitare i danni, ma le azioni legislative spettano poi ai singoli governi. Basti pensare che il suolo non è soggetto a norme coerenti nei Paesi Ue e che le politiche europee esistenti in altri settori non sono sufficienti a garantire un adeguato livello di protezione per tutti i suoli in Europa. Urge un cambio di marcia. L’approccio produttivista applicato al settore agricolo e la conseguente riduzione del cibo a mera commodity ha portato a non considerare più la terra come bene comune ma come semplice input di un processo industriale. È una contraddizione in termini: al posto di ringraziare la nostra nutrice, la avveleniamo, mettendo a rischio la sua vita e, di conseguenza, la nostra.

Fonte: Carlo Petrini, LA REPUBBLICA

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