Grande sciopero a Las Vegas contro i Tipsy Robot «assunti» dai casinò

Grande sciopero a Las Vegas contro i Tipsy Robot «assunti» dai casinò

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La mecca del gioco d’azzardo, che è anche il più grande «divertimentificio» d’America, rischia la paralisi per la rivolta dei suoi dipendenti, sul sentiero di guerra per il timore di essere sostituiti da robot che già adesso, benché introdotti in modo limitato e con una certa discrezione, tendono a comprimere i loro salari.

Col contratto di lavoro di 50 mila baristi, cuochi e camerieri di 34 casinò di Las Vegas scaduto il primo giugno, è stata una scintilla made in Italy a portare il 99 per cento dei lavoratori chiamati al voto a proclamare uno sciopero potenzialmente a oltranza: lo spauracchio si chiama Tipsy Robot, un braccio meccanico costruito a Torino da Makr Shakr, un’azienda di robotica, e installato nei suoi bar da Rino Armeni. Tipsy sostituisce il bartender: prepara automaticamente, mescolando i vari ingredienti e shakerando con vigore, i cocktail ordinati dai clienti usando i computer installati sui tavoli. Di gente in carne ed ossa la gente vede solo le cameriere che portano le bevande ai tavoli, ma il nome che è stato dato loro (ambasciatrici galattiche) e le gonne argentee che indossano fanno pensare che presto anche loro potrebbero essere sostituite da bambole robotizzate. Armeni nega: si dice consapevole dell’importanza del fattore umano nel rapporto coi clienti.

Intanto, però, è scattata la rivolta, guidata da una pasionaria: Bethany Kahn, la donna al comando della Culinary Union, il sindacato dei dipendenti dei casinò. Sciopero a oltranza? Sembrava una storia d’altri tempi. E infatti l’ultima massiccia astensione dal lavoro, 67 giorni, risale a 34 anni fa. Ma in America la paura dell’automazione e, più in generale, l’impatto della tecnologia, stanno ridando vita a rappresentanze che erano considerate in via d’estinzione. È già avvenuto nella Silicon Valley dove le enormi diseguaglianze retributive tra i dipendenti di Facebook, Google e le altre società di big tech da un lato e, dall’altro, il personale che presta loro servizi (ristorazione, pulizie, trasporti) alle dipendenze di contractors, ha aperto spazi insperati ai sindacati in luoghi nei quali le unions non erano mai entrate.

Può stupire che ora la rivolta contro i robot esploda non nelle città industriali del Nord Est americano dove le fabbriche sono state trasferite all’estero o sono state automatizzate, ma in un luogo che vive di servizi alla persona: gioco, divertimenti, ristorazione. In realtà già da anni i centri di ricerca più attendibili come quello della Ball State University avevano avvertito che la città più esposta all’automazione è proprio Las Vegas, col 65 per cento dei posti di lavoro robotizzabili nell’arco di vent’anni. Una possibilità teorica, certo: pur potendo mandare tra i tavoli delle macchine, i ristoranti più eleganti e costosi della città di certo continueranno a usare camerieri in carne ed ossa per servire i loro ricchi clienti.

Ma in altri casi l’automazione, anche se parziale, costerà cara ai dipendenti dei casinò che stanno chiedendo aumenti retributivi e migliori trattamenti pensionistici e sanitari nel nuovo contratto. Hanno i loro buoni motivi: dopo i tagli degli anni della grande recessione, ora i casinò sono tornati a realizzare guadagni miliardari: tra l’altro si accingono a distribuire agli azionisti 3-4 miliardi di extraprofitti col meccanismo del buy back. La Ceasars Entertainment, alla quale fa capo il celebre Caesars Palace, ha ceduto e ha firmato il nuovo contratto. Gli altri grandi casinò, dal Bellagio al Mirage, passando per Circus Circus e Mandalay, invece, non mollano. Ma non molla nemmeno Bethany, forte di un mandato a scioperare che riguarda 38 dei 50 mila dipendenti della grande industria della città: «So che la tecnologia arriverà: non la voglio fermare, ma voglio avere voce in capitolo su come viene impiegata. Chi sarà sostituito dalle macchine va addestrato a fare altro. E, se non è possibile dargli un’altra posizione, deve ricevere un congruo indennizzo».

FONTE: Massimo Gaggi, CORRIERE DELLA SERA



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