Al confine tra Bosnia e Croazia: «Accogliamo migranti perché siamo umani»

Rotta balcanica. Reportage dal campo profughi di Velika Kladuša, al confine tra Bosnia e Croazia

Francesco M. Bassano • 1/7/2018 • Buone pratiche e Buone notizie, Immigrati & Rifugiati • 437 Viste

Qui la popolazione locale sostiene i migranti che – attraversando la rotta balcanica – tentano invano di passare in Croazia e giungere in Italia o in Germania

Un’ora di auto da Karlovac (Croazia), e una strada secondaria, costeggiata da lapidi dell’ex Jugoslavia e da casolari senza intonaco punteggiati da fori di proiettile, conduce alla desolata dogana tra Croazia e Bosnia, passati i controlli si entra nella città di Velika Kladuša. Una località che sembra esistere solo sulla carta geografica, se non che tra il 1993 e il 1995 divenne la capitale della Repubblica della Bosnia Occidentale, un’entità musulmana ma contraria al governo bosgnacco di Sarajevo e alleata con le milizie serbe e croate, ultimamente tornata alle cronache per la presunta presenza nei dintorni di comunità salafite simpatizzanti di Daesh.

MA OLTRE QUELL’ANNOSO conflitto ancora vivido nelle memorie dei suoi abitanti, e i cartelli all’ingresso dei caffè che vietano le armi da fuoco, Velika Kladuša è diventata il punto d’arrivo di migliaia di migranti che – attraversando la rotta balcanica – da qui tentano invano di passare in Croazia e giungere poi in Italia o in Germania.

Su un terreno poco distante dall’abitato e dalle coltivazioni ha trovato spazio la tendopoli dove sono bloccati alcuni dei circa 1.200 rifugiati che ogni giorno arrivano a questa frontiera settentrionale, o coloro che vengono rispediti indietro brutalmente dalla polizia croata e slovena quando oltrepassano i loro confini. Gli altri dormono nei boschi, nei parcheggi, negli edifici abbandonati, o altrimenti sono ospitati dalla gente del luogo.

 L’accoglienza e la solidarietà dei locali è infatti il punto forte di Velika Kladuša, ciò che la distingue da altri luoghi analoghi coinvolti dalla crisi migratoria cominciata nel 2015: i ristoranti offrono pasti e bevande gratuite, i supermercati e le ferramenta vendono materiali a prezzi scontati, le aziende della zona danno lavoro ai migranti presenti, persino la polizia, secondo l’opinione di molti degli intervistati, è più tollerante rispetto a quella degli stati vicini.

IL RISTORANTE «KOD LATANA» nel centro città, ad esempio – si è trasformato in una cucina solidale che distribuisce due pasti gratuiti al giorno, serviti ai tavoli con piatti di ceramica e posate di acciaio; «anche noi siamo stati profughi, quello che stiamo facendo non è beneficenza, la nostra storia e la nostra appartenenza all’umanità ci impongono di aiutare e rispettare ogni essere umano, specie se in difficoltà» afferma il gestore Halil. Sebbene la città si trovi in una delle regioni più tradizionaliste e povere della Bosnia, questa è riuscita a svilupparsi proprio grazie al ritorno o alle rimesse dei locali immigrati negli anni passati in Slovenia, in Austria o nel Nord Europa.

Nella zona a parte la presenza di Medici Senza Frontiere, e dell’Unhcr che recentemente si è recato nel campo per verificare la situazione, il sostegno maggiore nei confronti dei rifugiati è svolto da un paio di volontari autonomi coordinati soprattutto da Adis, un ex veterano della guerra bosniaca dal cuore grande che da anni è presente nei principali campi profughi dei Balcani: in città lo conosce e lo apprezza chiunque.

IN POCHI GIORNI il piccolo gruppo, composto da ragazzi provenienti da tutta Europa e raggruppato sotto la sigla «Sos Team Kladuša», ha allestito alcune docce, insieme al comune ha portato bagni e illuminazione nel campo, e da un ex macello ha ricavato un magazzino per la distribuzione di vestiti usati. «È la prima volta che mi ritrovo a fare questo lavoro, ma qualcuno bisogna pur che lo faccia», racconta Adis mentre si ingegna, con l’ausilio di altri migranti, tra assi di legno e teli di plastica ecosostenibile per costruire tende che di ora in ora diventano sempre più numerose e richieste, o mentre si improvvisa medico per disinfettare o fasciare le punture di insetto che tormentano coloro che dormono tra le sterpaglie e il fango.

LE FERITE PIÙ DIFFICILI da sanare sono però quelle susseguite agli sfortunati incontri con la polizia croata; nel campo ci si imbatte spesso in persone con braccia rotte e gambe ingessate, o bruciature di sigarette sul corpo. La polizia presidia infatti l’altro lato del confine con elicotteri, cani e un grande dispiegamento di forze.

Oltre ai pestaggi, tutti confermano la distruzione dei propri telefoni cellulari, così da eliminare foto e Gps, strumenti che registrerebbero le prove del respingimento; altri dichiarano addirittura sottrazione di denaro e oggetti personali. «Io capisco che se qualcuno entra nel loro stato senza documenti viene rimandato indietro, ma io devo tornare in Italia, là ho mia figlia di 15 anni, mia moglie adesso si è risposata ma a me non interessa, voglio solo lavorare, vivere e mantenere mia figlia» racconta Iflah, un marocchino di 42 anni che come altri suoi connazionali ha raggiunto la Turchia in aereo e poi con i mezzi più disparati è arrivato nel nord della Bosnia.

CON IL PROBABILE BLOCCO e la pericolosità degli attraversamenti nel Mediterraneo, sempre più rifugiati anche dall’Africa intraprendono la rotta balcanica. Lo testimoniano libici, algerini, tunisini e cinque ragazzi nigeriani, tra cui Moses che al collo porta una vistosa croce.

Nel campo convivono pacificamente religioni diverse, i cristiani soprattutto del Pakistan e dell’Iran sono numerosi, come Babak che è arrivato da poco qui con la propria moglie e i tre figli: «abbiamo tentato già due volte di attraversare i boschi ma ci hanno respinto, vorremmo raggiungere la Germania dove abita mio fratello». Tra i musulmani del Punjab si confonde anche Nanak, un Sikh che in testa porta un grande turbante nero. «Ho una licenza per guidare gli autobus, voglio andare a Roma, com’è adesso la situazione in Italia?» chiede.

PETRA, UNA RAGAZZA AUSTRIACA di 26 anni che negli ultimi tre anni ha trascorso le sue pause scolastiche nell’aiutare i rifugiati, si aggira tra le tende per elencare le necessità di ciascuno: teli per ripararsi dalla pioggia, coperte, materassi per dormire, ma soprattutto scarpe resistenti per ritentare la fuga attraverso boschi e prati. Poi, insieme a Dean, un tedesco di 23 anni appena arrivato e propenso a restare a Velika nei prossimi mesi, con la propria auto si reca al centro commerciale a comprare il necessario. Le donazioni, sia da parte di privati che di associazioni locali, hanno reso possibile questa attività, «tutto ciò che acquistiamo per i profughi, viene regolarmente fatturato e mostrato ai donatori» specifica Adis.

Di volta in volta fanno il loro ingresso nel campo macchine con targa bosniaca o tedesca dalle quali escono scatoloni cibi e matasse di vestiti, i bambini e gli adulti le circondano disponendosi poi in fila indiana.

«NON HO MAI CONOSCIUTO nella mia vita gente migliore di questa» afferma Javed, un ragazzo afghano che ha studiato scienze politiche e ha collaborato con un’organizzazione internazionale in Svezia, per poi – allo scadere del visto – essere rimandato indietro. Adesso, oltre a tentare da mesi il ritorno in Europa, aiuta gli altri profughi e i volontari del campo. Le motivazioni di coloro che sono fuggiti dal proprio paese sono varie, da chi come Omran ha perso i genitori sotto le bombe a Mosul a chi come Farzad ha lasciato il Kurdistan iraniano per ragioni politiche «collaboravo con il Partito democratico curdo, come informatico mi occupavo di gestire un network per comunicare con altri gruppi curdi».

 Per passare il confine, racconta Usman, un altro curdo, qualcuno si affida a trafficanti locali che con tremila euro ti nascondono nel bagagliaio, senza però nessuna certezza di portarti a destinazione. Uros, un giornalista sloveno, spiega che negli ultimi mesi le richieste d’asilo in Slovenia sono drasticamente diminuite, nonostante gli arrivi siano continuamente aumentati a conferma che i respingimenti sarebbero avvenuti senza valutare i singoli casi e in mancanza di spiegazioni ufficiali da parte delle autorità.

NEL CAMPO DI VELIKA KLADUŠA scende la sera, mentre dalla città il muezzin richiama alla preghiera, Adis e gli altri volontari raccolgono i materiali utilizzati durante la giornata, una bandiera bosniaca campeggia in mezzo alle tende, l’addetto comunale a guardia del generatore all’ingresso torna a casa con il proprio scooter. Alcuni ragazzi pakistani hanno costruito una canna da pesca artigianale con una corda e una vaschetta di plastica, e provano ad adescare qualche pesce dal ponticello sul rio melmoso di fianco al campo. Iflah è alla ricerca di uno zaino più grande: «stanotte ritentiamo, questa volta siamo in cinque, l’altra volta eravamo riusciti ad arrivare a 20 chilometri dall’Italia prima che ci fermasse la polizia».

LA COMMISSIONE EUROPEA all’inizio di questo mese aveva annunciato un pacchetto di 1,5 milioni di euro alla Bosnia per gestire il crescente afflusso di profughi nel paese; con questo finanziamento il governo di Sarajevo aveva in programma anche la costruzione di un centro d’accoglienza ufficiale nella città. Ma come ha riportato il ministro della sicurezza Dragan Mektic, la commissione avrebbe riesaminato il piano d’aiuti poiché la costruzione del centro sarebbe, per Bruxelles, troppo vicino alle proprie frontiere meridionali.

Lasciare Velika Kladuša con il suo castello ottomano e i suoi minareti che svettano verso il cielo, per rientrare in Croazia, è semplice come all’andata. Basta solo essere in possesso di un passaporto europeo.

FONTE: Francesco M. Bassano, IL MANIFESTO

 

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