Andare in pensione a 64 anni costerebbe la metà dei 18 miliardi valutati dall’Inps

Andare in pensione a 64 anni costerebbe la metà dei 18 miliardi valutati dall’Inps

Basso tasso di occupazione, bassa produttività, popolazione invecchiata, denatalità: le nascite, che negli anni Sessanta avevano superato il milione annuo, attualmente sono meno della metà.
Questo forte calo è stato parzialmente attenuato dal flusso degli immigrati che, peraltro, non è tra i più elevati in Europa: l’incidenza della popolazione straniera su quella totale è 8,3% in Italia, 10,5% in Germania, 9,5% in Spagna, 8,6% in Gran Bretagna e 6,6% in Francia (dati Eurostat riferiti all’1.1.16). Ma nonostante gli immigrati, dal 2015 è iniziato il declino dei nostri residenti, alimentato anche dalla ripresa dell’emigrazione. L’invecchiamento demografico riduce le potenzialità di sviluppo. Le previsioni economiche e previdenziali – finora basate sull’attesa per i prossimi anni di un flusso annuo di immigrati oscillante tra i 270.000 e i 240.000 – dovranno essere riviste in peggio se nuove barriere ridurranno quelle entrate.
L’offerta di lavoro degli stranieri entra poco in concorrenza con quella degli italiani poiché corrisponde a mansioni, specialmente nei servizi, per le quali c’è poca disponibilità degli italiani. Effetti sfavorevoli possono invece derivare dall’impiego irregolare dei lavoratori stranieri; non solo per il venir meno dei contributi sociali, ma anche per il rischio che si affermi una più generale degrado delle relazioni lavorative. Per contrastarlo è necessario un forte e lungimirante impegno non solo delle organizzazioni delle forze produttive, ma anche e soprattutto delle istituzioni pubbliche tramite incentivi, regolamentazioni e controlli.
Sul piano degli equilibri previdenziali, va tenuto presente che gli immigrati (regolarizzati) al momento versano contributi ben superiori alle prestazioni ricevute e il saldo netto positivo, intorno ai cinque miliardi di euro annui, contribuisce a finanziare le pensioni degli italiani. Attualmente gli immigrati pensionati sono pochissimi e se quelli attivi rimarranno nel nostro paese fino all’età della pensione, in base alle regole vigenti, la riceveranno solo se riusciranno ad accumulare contributi lavorativi per almeno 20 anni e per un ammontare sufficiente a maturare una prestazione pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.
Oltre a quella tra lavoratori italiani e immigrati, un’altra falsa e deleteria contrapposizione che viene costantemente riproposta nel dibattito economico e politico è tra i giovani e gli anziani, individuando nelle pensioni dei secondi l’ostacolo alle prospettive dei primi. Il punto è che si sta penalizzando larga parte delle generazioni entrate in età da lavoro già da un paio di decenni, alle quali non solo si è riservata la “sorpresa” di poter accedere per lo più a lavori solo precari e mal retributivi (pensavano che anche loro sarebbero stati meglio dei genitori), ma si prospetta loro per la vecchiaia un tenore di vita corrispondentemente compromesso: il rapporto tra pensione media IVS e salario medio – attualmente pari al 50% (non all’85%, indicato nella recente relazione annuale INPS) è previsto in calo di circa dodici punti nel prossimo ventennio.
Si continuano a sostenere politiche restrittive per il sistema pubblico (ma incentivando la previdenza privata), millantando una condizione deficitaria del sistema pensionistico (che, invece, dal 1996 presenta stabilmente un saldo tra contributi e prestazioni nette consistentemente attivo, pari a 39 miliardi di euro nel 2016). Contemporaneamente vengono sopravalutati i costi d’ interventi migliorativi; ad esempio, quelli dell’abbassamento a 64 anni dell’età di pensionamento vengono valutati 18 miliardi nella Relazione Inps, ma è difficile che possano superare la metà di quella cifra; comunque l’onere derivante dall’anticipo di spesa sarebbe compensata negli anni successivi dal minor importo della prestazione liquidata ad un’età inferiore.
Queste posizioni vengono giustificate nell’interesse dei giovani quando invece sarebbe necessario riformare le parti dell’assetto attuale da cui dipendono le pensioni future; ad esempio, riconoscere contributi figurativi per gli anni di disoccupazione involontaria attenuerebbe la precarietà che sta corrodendo la loro vita e le prospettive dell’intera collettività.

FONTE: Roberto Felice Pizzuti, IL MANIFESTO



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