Imran Khan in testa nel voto pakistano, con l’aiuto dei militari

L’ex star del cricket in testa. Attentato a Quetta: 31 morti

Francesco Giambertone * • 26/7/2018 • Internazionale • 631 Viste

«Come sportivo penso sempre che vincerò, anche se la maggior parte delle volte ho perso. Stavolta sono pronto». Imran Khan ci credeva e ce l’ha fatta: dopo vent’anni di delusioni alle urne è il leader del partito più votato del Pakistan. A 65 anni comincia la sua terza vita, quella alla guida di un Paese da 200 milioni di abitanti strozzato dalla crisi economica, isolato dagli Stati al confine, devastato dal terrorismo e soggiogato dal potere dei militari, che in 71 anni di storia hanno comandato più a lungo di ogni governo eletto. Dopo una campagna segnata da una scia di attentati sanguinari, con l’ultima esplosione suicida ieri davanti al seggio di Quetta che ha fatto 31 vittime, il campione ha battuto di poco la lista del premier uscente e il partito di centrosinistra del figlio di Benazir Bhutto. Le stelle, una del cricket e molte dell’esercito, si stavano allineando da tempo.

Ci ha messo due vite Imran Khan a fare il suo secondo miracolo. Il primo lo aveva compiuto nel 1992, quando portò il Pakistan a sollevare la Coppa del mondo di cricket, lo sport più amato del Paese. Il capitano nato a Lahore e laureato a Oxford, playboy delle notti londinesi, era tornato in squadra dopo un primo addio per tentare un’ultima impresa. E a 39 anni, battendo in finale proprio l’Inghilterra che lo aveva adottato e consacrato, era diventato una divinità in patria.

Nel Regno Unito il bel Khan viveva come un principe d’occidente. Una fidanzata – Jemima Goldsmith, figlia del magnate ebreo James – bella e famosa, frequentazioni con lady Diana, soldi e gloria. Ma sognava di più: «Restituire qualcosa al mio Paese». Nel ‘95 Jemima si convertì all’Islam, si sposarono e tornarono in Pakistan, dove Imran nel ‘96 ha fondato il suo «Movimento per la giustizia» (Pti).

Qui Khan si è trasformato in un «islamista devoto», si è risposato due volte, l’ultima con la sua «leader spirituale». Ma non è riuscito subito a replicare in politica i successi del campo. Il partito non ha mai ottenuto più di un seggio, fino al 2013. Quando i giovani cresciuti nel suo mito hanno regalato 35 scranni al Pti, terzo classificato, ben lontano dai 166 del governo della Lega musulmana di Nawaz Sharif.

In questi anni Khan ha stravolto la sua immagine. La sua retorica populista ha preso a bersaglio «la corruzione dei partiti che ci hanno impoverito». Come il Pml-n dell’ex premier Sharif, costretto a dimettersi l’anno scorso per aver nascosto milioni di euro sotto forma di lussuosi appartamenti a Londra, e rientrato in patria per scontare 10 anni di carcere. Il partito è passato al fratello minore Shehbaz, secondo ieri alle urne nonostante i voti del Punjab, la provincia roccaforte del Pml-n che dà più seggi. Ieri sera Sharif ha parlava di brogli e si è rifiutava di riconoscere il voto.

«Ogni anno i traditori come Nawaz — ha gridato Khan ai giovani che affollavano i suoi comizi — rubano miliardi di dollari in Pakistan per portarli all’estero, io i miei soldi li ho riportati qui». Ha promesso un «welfare State islamico», mentre la sua seconda ex moglie lo demoliva in un libro: «Pensa di essere Dio, ma per il potere farebbe qualsiasi cosa». Come strizzare l’occhio alle crescenti fazioni estremiste (alcune delle quali collegate ai terroristi) che sostengono la pena di morte per i reati di blasfemia, con cui ora potrebbe allearsi .

Soprattutto, si è assicurato il sostegno dei potentissimi militari che l’ex primo ministro Sharif voleva ridimensionare. I servizi segreti dell’Isi – è l’accusa prevalente– hanno «minacciato le opposizioni, zittito i media e fatto pressioni sulle corti» per favorire la vittoria del «burattino» Khan. Così da ottenere un governo debole e poter continuare a controllare le scelte sulla difesa e sulla politica estera. Ai seggi, dove i partiti sconfitti denunciano centinaia di casi di brogli, c’erano 4 mila soldati. La giornalista anglo-pakistana Gul Bukhari, feroce critica dei soldati, ha definito la vittoria di Khan un’operazione di «ingegneria politica» dell’esercito. Sembra aver funzionato.

* FONTE: Francesco Giambertone, CORRIERE DELLA SERA

photo: By Financial Times [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

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