Sotto le ceneri del “no” le piccole patrie restano in fiamme così il voto farà scuola

Sollievo nelle capitali del continente dove si temevano terremoti finanziari Eppure ormai è passato il messaggio dell’autodeterminazione come diritto

ANDREA BONANNI, la Repubblica redazione • 20/9/2014 • Copertina, Internazionale • 541 Viste

BRUXELLES. IL SOLLIEVO europeo è palpabile. Dopo il lungo, obbligato silenzio alla vigilia del voto, dalle capitali della Ue piovono messaggi di congratulazione al premier britannico Cameron e dichiarazioni di soddisfazione per lo scampato pericolo che fanno capire chiaramente quanto forte fosse la preoccupazione per un possibile smembramento del Regno Unito. Da Roma a Berlino, da Parigi a Madrid a Varsavia a Praga, tutti i governi si rallegrano per il “no” scozzese alla secessione. Apprezzamenti arrivano dai presidenti della Commissione, del Parlamento e del Consiglio europeo. Del resto alla vittoria degli unionisti Bruxelles ha contribuito non poco, rifiutandosi di considerare automatico l’ingresso di una Scozia indipendente nell’Unione europea: una prospettiva, quella del totale isolamento, che evidentemente ha spaventato non pochi elettori spingendoli verso il “no”.
I motivi di soddisfazione per gli europei sono molti. Innanzitutto c’era il timore per una possibile destabilizzazione dei mercati finanziari, che avevano trattenuto il fiato in attesa di conoscere i risultati del referendum. Nessuno era in grado di dire se una eventuale secessione avrebbe potuto scatenare uno tsunami sulla City di Londra, che è principale piazza finanziaria d’Europa. E gli effetti di una ulteriore destabilizzazione sia finanziaria sia politica dell’Europa avrebbero potuto avere ripercussioni gravi su una economia che ancora stenta a ritrovare la via della crescita.
Poi ci sono gli aspetti politici del “no” scozzese. Il primo, e il più evidente visto da Bruxelles, è che la permanenza della Scozia nella Gran Bretagna aumenta le possibilità che i britannici respingano a loro volta il referendum per l’uscita del Regno Unito dalla Ue, che si dovrebbe tenere nel 2017. L’opinione pubblica scozzese è in larga maggioranza filo-europea e si suppone che in quella occasione voterà massicciamente per la permanenza in Europa. Inoltre una secessione della Scozia avrebbe probabilmente esacerbato gli animi degli inglesi in senso nazionalista, dando ulteriori munizioni ai partiti populisti, come lo Ukip, che predicano l’uscita dalla Ue.
Ma l’elemento che dà maggiore soddisfazione ai vertici europei è che la vittoria dei “no” in Scozia viene vista come una battuta di arresto per la marea montante dei populismi, dei localismi, dell’anti-politica e del voto di protesta anti-sistema. Lo ha detto Angela Merkel, citando il fatto che il voto di ieri «avrà ripercussioni indirette » sugli altri movimenti secessionisti.
La speranza di tutti i governi è che l’esito del referendum metta a freno le tendenze centrifughe che da tempo si manifestano in molte regioni europee. «Se avesse vinto il “sì” avrebbe innescato una valanga politica delle dimensioni che hanno portato al collasso dell’Unione Sovietica », ha detto il commissario europeo De Gucht, che essendo belga e fiammingo sa quanto possano essere forti i localismi e i separatismi. E Hollande aveva evocato lo spettro di una possibile “decostruzione” dell’Europa.
Ma su questo fronte l’ottimismo dei leader europei potrebbe rivelarsi prematuro e ingiustificato. Lo svolgimento consensuale e pacifico del referendum scozzese è stato sì una vittoria della democrazia e della ragionevolezza. Ma ha anche fatto passare il messaggio che l’autodeterminazione può essere considerata un diritto democratico irrinunciabile. Dall’Irlanda del Nord alla Catalogna, questo è stato infatti il senso dei messaggi dei leader nazionalisti. A Barcellona, il presidente indipendentista della regione, Artur Mas, ha commentato che la marcia verso il referendum sulla secessione, previsto per il 9 novembre, «continua ed è anzi rafforzata». Da tempo il parlamento catalano si batte perché Madrid riconosca la legittimità del referendum, che le autorità centrali spagnole considerano invece illegale e anticostituzionale. L’esempio della consultazione scozzese, anche se l’esito ha punito i separatisti, sembra confermare le ragioni dei catalani nell’affermare il loro diritto all’autodeterminazione.
Già ieri, da Berlino, la Cancelleria è corsa a mettere le mani avanti spiegando che il caso scozzese e quello catalano «non sono paragonabili». Ma la fiamma della rivolta delle piccole patrie continua a bruciare sotto la cenere del “no” scozzese.

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