L’ultima revolución. Anche sulla Carta Cuba non è più comunista

L’ultima revolución. Anche sulla Carta Cuba non è più comunista

La parola “comunismo” scompare dalla Cuba del futuro. Sarà cambiato in “società socialista”. È la fine di un’epoca durata 59 anni. Sostituire quel termine che racchiude un’ideologia così radicata nell’isola non è solo un atto formale, ma assume un forte valore simbolico. È il cambiamento più rilevante del progetto di pre-Costituzione che l’Assemblea nazionale cubana sta discutendo e votando da venerdì scorso. Composto da 313 articoli, il nuovo testo metterà in cantina quello varato nel 1976 redatto a immagine e somiglianza con quelle delle altre società comuniste, Urss in testa.

Nell’articolo 5 l’obiettivo era «l’avanzata fino alla società comunista». Un concetto che adesso sarà sostituito da «socialista».

La notizia è filtrata sulle colonne di Granma, l’organo ufficiale dell’isola, e ha avuto un impatto internazionale. Per ora il governo spiega che si tratta solo di un mero adattamento del linguaggio alla nuova fase di continuità rivoluzionaria. «Questo non significa», precisa Estebán Lazo, presidente dell’Assemblea, «che noi rinunciamo alle nostre idee, ad un Paese socialista, indipendente, prospero e sostenibile». Ma l’abolizione di siffatta parola dalla Costituzione che guiderà Cuba nei prossimi decenni finisce per avere implicazioni immense se si guarda alla storia dell’isola: dalle battaglie ideologiche che divisero lo stesso Che Guevara da Fidel e agli altri barbudos sempre più filo-sovietici, all’impostazione economica e sociale che ha governato il regime fino a qualche anno fa. Ci sarà tempo fino a lunedì per votare il nuovo testo, che verrà poi sottoposto a referendum.

Cuba dovrà comunque convivere con un paradosso: rinuncerà al comunismo ma continuerà a riconoscere il partito comunista cubano come massimo organo di direzione politica del Paese. Nel progetto si dichiara apertamente «il carattere socialista della Rivoluzione, il ruolo dominante del Partito e l’irrevocabilità del modello politico ed economico».

Un cambiamento nella continuità, come ha sempre sostenuto il nuovo presidente Miguel Díaz-Canel, 58 anni, eletto alla guida di Cuba nell’aprile scorso su indicazione di Raúl Castro. Un tecnocrate cresciuto nel partito, ma anche più flessibile, amante del rock e appassionato di motociclette, il primo presidente nato dopo la Rivoluzione del 1959.

Nonostante si sia riavvicinato negli ultimi due anni ai principi della vecchia guardia, c’è sicuramente la sua impronta sulla nuova Costituzione, per esempio nell’indicazione dei 60 anni come il limite di età che deve avere il futuro presidente per iniziare il suo mandato. Non solo.

Nell’articolo 68 si apre la porta alle unioni dello stesso sesso: il matrimonio è definito come l’«unione concertata tra due persone» senza indicare di quale sesso. Un risultato inseguito da Mariela Castro, figlia di Raúl, sostenitrice del vasto movimento Lgtb di Cuba. Infine, l’avvio ufficiale dell’economia privata. Un altro adeguamento a una realtà che in effetti si è già imposta da anni. Su 11 milioni di abitanti, oggi sono oltre 600 mila lavoratori indipendenti, il 13% della forza lavoro. Nel 2010 erano 150 mila.

Sono essenziali per lo sviluppo dell’isola. Sul piano politico, l’Assemblea ha approvato il nuovo gabinetto disegnato dallo stesso Castro prima di lasciare lo scettro.

Conserva 20 dei suoi 34 ministri.

Castro resterà fino al 2021 segretario generale del Partito. La novità più rilevante è stata la nomina di Alejandro Gil come ministro dell’Economia.

Sostituisce Ricardo Cabrisas, 81 anni, funzionario della vecchia guardia. Avrà il difficile compito di dosare e fondere economia statale e iniziativa privata. Il nuovo presidente sarà sostenuto da Bruno Rodríguez, 60 anni, regista dei rapporti con gli Usa, come ministro degli Esteri, e da Julio César Gandarilla, 75 anni, alla guida del potente ministero degli Interni.

* Fonte: DANIELE MASTROGIACOMOLA REPUBBLICA



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