La Grecia esce dai salvataggi, ma ora la crisi incombe sulla Turchia

La Grecia da oggi è fuori dal terzo piano di aiuti. Resta, però, debole dopo 8 anni di sacrifici

Antonio Ferrari * • 20/8/2018 • Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 168 Viste

Due Paesi, ai confini orientali dell’Europa, stanno vivendo, in queste ore, destini contrapposti. La Grecia oggi si concede un timido sorriso. La Turchia oggi trema per la riapertura dei mercati, con la sua lira travolta dalla tempesta.

Da stamane, lunedì 20 agosto, la Grecia, che appartiene alla Ue e che ha attraversato una crisi mostruosa durata otto anni, tenendosi però aggrappata alle certezze dell’euro, la moneta unica, torna a volare con le proprie ali. La «troika», cioè Fondo monetario, Bce e Commissione europea, toglie le «manette» e se ne va, limitandosi ad osservare da lontano che Atene continui a fare le riforme promesse.

La Turchia, che nell’Unione Europea aveva chiesto di entrare, ma che ora è diventata un partner necessario per i profughi ma indigesto per tutti gli altri dossier, ha segnato il suo destino, nel prossimo futuro, entrando in rotta di collisione con il suo principale alleato, gli Stati Uniti del presidente Donald Trump.

Davvero singolare il destino di Grecia e Turchia, due Paesi che non si sono mai amati. Il secondo ha occupato il primo per 400 anni, e ha spesso trattato i «cugini balcanici» con sufficienza. Però, quando si è scoperto che Atene aveva truccato i conti inviati a Bruxelles, segnando l’inizio di una crisi che ha devastato non soltanto la finanza e l’economia, ma soprattutto la società, costretta a sacrifici inimmaginabili, il primo a tendere la mano fu proprio l’allora premier turco Recep Tayyip Erdogan. Oggi la Grecia non ha certo gli strumenti per contraccambiare, ma è evidente che nessuno si felicita per i guai del potente vicino.

La Grecia esce dal tunnel come un malato che ha superato la fase piu’ drammatica, anche se non è ancora guarito. I tre piani imposti dalla «troika», nel 2010, 2012 e 2015, sono stati feroci e dolorosi. Tagli orizzontali e terribili agli stipendi e alle pensioni, disoccupazione ben oltre tutti i più modesti parametri europei (20 per cento generale, con un umiliante 60 per cento giovanile), crisi profonda del Welfare State, a cominciare dalle strutture sanitarie e dall’educazione, per non parlare dei problemi aggiuntivi creati dall’ondata di profughi.

Soltanto l’anno scorso, la Grecia è tornata a respirare l’aria di una modesta crescita. Il «miracolo», se così si può definire, porta il nome del primo ministro Alexis Tsipras, un personaggio singolare che proviene dal partito comunista ellenico, e che è dotato di notevole pragmatismo. Far votare il referendum per il rifiuto del memorandum della troika e poi rimangiarsi il risultato e accettare condizioni-capestro, non è prova di arrendevolezza ma di cinico realismo. Tsipras sapeva e sa che l’euro era lo scudo, e a costo di giocarsi la propria popolarità ha accettato la medicina più amara. Ben sapendo che il centro-destra di Nuova Democrazia, se l’avesse scalzato (finora non l’ha fatto), avrebbe dovuto proporre la stessa terapia.

In Turchia invece un leader di riconosciuto spessore come Erdogan è inciampato rovinosamente sulla propria arroganza e sulla mania di grandezza che quasi sempre raggiunge e avvelena chi ha raggiunto il vertice del potere. L’ex portiere di calcio ed ex sindaco di Istanbul, che ha vinto un’elezione dopo l’altra all’insegna delle riforme e con la spinta di un indubbio coraggio, aveva convinto anche gli avversari che la sua era l’unica strada per essere accolto nell’Unione europea.

La Ue ha sbagliato, alzando le condizioni a corsa in atto, ma Erdogan, diventato presidente, ha risposto con sproporzionata presunzione e con una serie di errori madornali per un capo. Forse una malattia lo ha indebolito, forse si è lasciato invischiare da dubbi circoli o da tentazioni nepotistiche. Da alcuni anni le ha sbagliate tutte (gli accordi sottobanco per far vendere il petrolio dei tagliagole dello Stato islamico, la guerra ai curdi, la spietata repressione interna, i repentini voltafaccia in politica estera).

Infine, il conto più pesante per le tasche dei cittadini. Lira turca in picchiata, inflazione alle stelle, fuga degli investitori stranieri. Nell’attesa di vedere quel che accadrà stamane. Anche se per far scendere la febbre è arrivato il dono di 15 miliardi di dollari dall’emirato del Qatar. Ma tutto questo non basta.

La settimana si apre con i due Paesi, Grecia e Turchia, mai così lontani, anche emotivamente.

* FONTE: Antonio Ferrari, CORRIERE DELLA SERA

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