Salvini contretto alla resa, inizia lo sbarco dalla Diciotti, prima i malati gravi

Salvini contretto alla resa, inizia lo sbarco dalla Diciotti, prima i malati gravi

Matteo Salvini in diretta facebook da Pinzolo dà l’annuncio: «Gli immigrati a bordo della Diciotti sbarcheranno nelle prossime ore. La prossima nave può fare marcia indietro, mi possono indagare anche per questo ma il limite è stato raggiunto». Il ministro dell’Interno, negli stessi minuti in cui arrivava ieri sera la notizia del suo coinvolgimento diretto nell’inchiesta della procura di Agrigento, rilancia annunciando la soluzione al caso: «Abbiamo interlocuzioni con due o tre paesi, la gran parte saranno ospitati dalla Chiesa italiana, dai vescovi che hanno aperto le porte, i cuori e il portafoglio». In tarda serata cominciano le operazioni di sbarco, prima tappa Messina. Nei fatti, una sconfessione della linea tenuta dal Viminale.

NEL POMERIGGIO, dopo i 27 minori non accompagnati sbarcati mercoledì sera, avevano avuto il via libera a scendere dalla Diciotti le 11 donne presenti a bordo più 6 uomini (fotosegnalati prima di salire in ambulanza verso l’ospedale di Catania). Quattro donne, però, si sono rifiutate di lasciare i compagni, decidendo così di rimanere a bordo. A farli toccare terra, nel tardo pomeriggio di ieri, sono stati gli ispettori del ministero della Salute e l’Ufficio di Sanità marittima di Catania, che hanno bypassato il Viminale.
Le donne hanno subito stupri ripetuti durante le permanenza nei campi della Libia, con traumi fisici e psicologici evidenti. Per gli uomini, di due si sospetta che abbiano la tubercolosi, tre la polmonite, per l’ultimo si ipotizza un’infezione urinaria. Cinque su sei soffrono di scabbia.

A BORDO RESTANO IN 124 (eritrei, bengalesi, siriani, delle Isole Comore, un egiziano e un somalo) in attesa del Viminale: hanno sopportato due anni di viaggio attraverso i continenti, dormono sul ponte della motovedetta da dieci giorni, accampati sul ponte, un pavimento di lamiera rovente per il sole, esposti ai temporali, afflitti quasi tutti dalla scabbia. O dalle ferite d’arma da fuoco inflitte dai trafficanti, che li hanno lasciati con cicatrici e, in alcuni casi, disabilità. La Croce Rossa fornisce kit igienici, felpe, pantaloni e materassini ma le loro condizioni vanno peggiorando.

Dalla Guardia costiera venerdì era stata ripetuta ai ministeri e alle procure la richiesta di autorizzare lo sbarco immediato per tutti «per l’estrema criticità della situazione a bordo». Il Garante dei detenuti, nell’informativa di venerdì, spiegava: «Ci sono 69 casi di presunta scabbia e 5 casi di scabbia avanzata. La situazione può esporre il paese a condanne in sede internazionale. Ai migranti affetti da scabbia viene somministrato un antistaminico lenitivo ma non risolutivo. La forzata condivisione di un unico spazio e le carenti condizioni igienico-sanitarie, come l’impossibilità di una pulizia adeguata degli indumenti e delle coperte, non possano che aggravare la situazione».

IL TEAM UNICEF-INTERSOS, che si occupa in particolare di donne e minori, ha deciso di rimanere a bordo con due operatrici, Federica Montisanti e Daniela Campo. Ieri sono state raggiunte da una mediatrice culturale, Yodit Abraha, che parla tigrino, per riuscire a tenere i canali di comunicazioni aperti con tutti. A bordo arrivano notizie in ordine sparso: «Vogliono identificarli a bordo prendendo le impronte digitali? Qui per ora non è venuto nessuno – racconta Federica di Intersos -. Tra i ragazzi c’è molta sfiducia. Si tratta di persone che non si conoscono, costretti in uno spazio angusto, non adatto a una permanenza così lunga. Venerdì hanno cominciato lo sciopero della fame e nel pomeriggio hanno cambiato idea. Prima ci chiedevano ‘cosa succede, perché non scendiamo’. Poi hanno smesso, oggi (ieri ndr) hanno ripreso a domandare. L’incertezza acuisce i loro traumi».

SONO GLI STESSI MIGRANTI ormai a chiedere supporto psicologico. I Medici per i Diritti umani, tre giorni fa, hanno fatto richiesta di salire a bordo con un team specializzato nell’assistenza alle vittime di tortura e violenza: «La Capitaneria di porto di Catania ci ha risposto che tutte le necessità erano soddisfatte. Però non risulta che sulla Diciotti ci siano psicologi. Il trattenimento in una situazione di grave incertezza e senza alcuna assistenza specialistica, ha tutte le caratteristiche di una ri-traumatizzazione secondaria».

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO



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