Il piano Tria sul patrimonio pubblico. Dismissioni per 18 miliardi? Mai più di 600 milioni l’anno

Sono un milione i fabbricati pubblici per un valore di 283 miliardi, ma il 77 per cento è inalienabile. Il Pd fallì sempre nell’impresa. Fratoianni: venderanno il Colosseo

Massimo Franchi * • 15/11/2018 • Lavoro, economia & finanza • 281 Viste

È l’uovo di Colombo che ogni governo ha cercato di utilizzare – senza mai riuscirci. Per ridurre il debito pubblico senza tagliare la spesa sociale l’unica via è la dismissione del patrimonio pubblico: case e demanio. In alternativa, mettere sul mercato e privatizzare società pubbliche.

Martedì notte l’uovo – stimato in 18 miliardi – è stato nuovamente partorito dal ministro Tria nel tentativo di dare un contentino a Bruxelles. «Per accelerare la riduzione del rapporto debito/pil e preservarlo dal rischio di eventuali shock macroeconomici, il governo ha deciso di innalzare all’1% del Pil per il 2019 l’obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico. Gli incassi costituiscono un margine di sicurezza» e consentiranno di raggiungere una discesa del rapporto debito-pil «più marcata e pari a 0,3 punti quest’anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,4 nel 2021 portando il rapporto dal 131,2% del 2017 al 126,0 del 2021», si legge nella lettera inviata alla commissione europea.

Se il capitolo «privatizzazioni» appare quanto meno un controsenso per il governo che punta tutto nel nazionalizzare Autostrade e Alitalia e che cerca di risolvere ogni crisi industriale con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nel capitale – tanto che Luigi Di Maio si è subito affrettato a specificare che «non si prevedono dismissioni di gioielli di famiglia come Eni, Enel, Enav o simili soggetti che devono restare saldamente nelle mani dello Stato» – , sul fronte dismissioni i risultati dei governi precedenti sono sconfortanti.

Il governo Renzi decise di puntare forte sul tema tanto da piazzare all’agenzia del Demanio un fedelissimo come l’ex sindaco di Piacenza Roberto Reggi. Fra legislazione incompleta e farraginosa e difficoltà perfino a censire le proprietà statali per i ritardi delle istituzioni locali a trasmetterli all’agenzia stessa, gli immobili pubblici che sono stati messi a bando negli ultimi 4 anni sono pochissimi. Ancor di meno le risorse entrate nelle casse statali come proventi delle vendite.

Il patrimonio pubblico censito due anni fa conta circa un milione di fabbricati pubblici per un valore di 283 miliardi, ma il 77% non è disponibile per la vendita in tempi rapidi in quanto utilizzato dalle amministrazioni centrali e periferiche – e dunque in gran parte inalienabile – mentre il 23% rimanente è in locazione.

Le cessioni del patrimonio pubblico hanno perfino registrato un andamento decrescente. Da circa un miliardo, negli ultimi due anni il bilancio complessivo oscilla intorno ai 600 milioni l’anno. Lo stesso ministro Tria nella nota di aggiornamento al Def alla voce cessione del patrimonio immobiliare indicava una stima di 600 milioni per l’anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020.

«Posto che anche il patrimonio immobiliare pubblico potrebbe avere un utilizzo più giusto, più equo e più serio, piuttosto che darlo in bocca ai soliti pescecani speculatori, in questa Italia in cui 50mila persone non hanno una casa e ben 700mila persone sono in difficoltà con il mutuo – attacca il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni – il governo dovrebbe spiegare dove intende recuperare 18 miliardi, a meno che non intenda vendere l’Altare della Patria o il Colosseo».

L’unica privatizzazione che il governo dovrà fare riguarda un altro lascito negativo della gestione Renzi: il Monte dei Paschi di Siena. Dopo la panzana della vendita agli emiri, perfino i liberisti del Pd hanno dovuto accettare la nazionalizzazione della banca più antica del mondo. Ora il governo deve cedere il 68,25% che possiede e per il quale ha sborsato 5,4 miliardi. Il problema che nel frattempo la quota statale vale poco più di un miliardo

L’altra furbata pensata dal governo Gentiloni era avviare la cessione alla Cdp di quote detenute dal ministero dell’Economia: il 3,3% di Eni (1,6 miliardi) e il 53% di Enav (1,1 miliardi). L’operazione del 2017 aveva incontro ostacoli nel confronto con Bruxelles che non le avrebbe contabilizzate come privatizzazioni. Altro buco nell’acqua.

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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