Pernigotti conferma la chiusura, chiesta la Cig per 100 operai

Tavolo al Mise. Sit-in dei lavoratori di Novi Ligure sotto il ministero. Di Maio promette una legge per legare marchi italiani e stabilimenti dove si producono

Roberto Persia * • 16/11/2018 • Lavoro, economia & finanza • 326 Viste

Pernigotti conferma la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure (Alessandria) e la delocalizzazione della produzione per «costi insostenibili». Al tavolo al Mise, al quale hanno partecipato il vicepremier Luigi Di Maio e il sindaco di Novi Ligure Rocchino Muliere, è stata discussa la richiesta di ammissione alla procedura di Cassa Integrazione straordinaria per i 100 dipendenti per un anno. «Il tavolo va avanti solo se viene la proprietà turca, per questo Conte in persona la convocherà alla presidenza del Consiglio», ha detto il vicepremier e ministro Luigi Di Maio, al termine dell’incontro.
Il gruppo turco che aveva rilevato l’azienda nel 2014, la Toksoz, ha fatto sapere che le attività produttive verranno esternalizzate presso il territorio nazionale, «nel rispetto della storicità del brand adoperandosi affinché il personale, circa 100 lavoratori, coinvolto possa essere ricollocato presso aziende operanti nel medesimo settore o terzisti durante il periodo Cigs». A rischio, in realtà, sono oltre 250 lavoratori: 100 dipendenti, 150 tra stagionali e interinali e 20 lavoratori del settore commercio.
«Entro l’anno – ha aggiunto Di Maio – una proposta di legge che lega per sempre i marchi ai loro territori», una misura che si propone di vincolare i marchi al loro territorio di origine.  «Non è più accettabile – ha concluso – che si venga in Italia, si prenda un’azienda come la Pernigotti e si trasferisca la produzione mantenendo il marchio». Tema caro e introdotto anche nel decreto Dignità che sembra però ignorare le negoziazioni reali del mercato del lavoro legate alla sua produzione. Alla proprietà turca, ha sottolineato, «spiegheremo che il marchio Pernigotti e il sito sono uniti. Se la proprietà turca non vuole investire nello stabilimento di Novi Ligure allora deve dare totale disponibilità all’utilizzo del marchio e noi ci impegneremo a trovare nuovi soggetti interessati», ha concluso Di Maio.
A preoccupare i lavoratori che in 50 hanno manifestato sotto il ministero ci sarebbe la casuale con la quale è stata presentata la cassaintegrazione: cessazione e non riorganizzazione. «Chiediamo che la cassa integrazione straordinaria non sia per cessazione di attività, ma per riorganizzazione – hanno spiegato Cgil, Cisl e Uil, ricevute il 14 novembre dal Consiglio regionale del Piemonte – solo così possiamo prevedere delle prospettive senza distruggere anni di storia. E poi bisogna costringere l’azienda a cedere il marchio. Le istituzioni ci devono dare una mano, per salvaguardare il Made in Italy».
Il rischio è che l’azienda continui a produrre solo in Turchia i prodotti dolciari con marchio Pernigotti, che di italiano però non avrebbe più niente: né materie prime, né tradizione, né lavoratori. Non solo, il gruppo turco potrebbe far utilizzare il marchio a terzi che lavorerebbero con il marchio in Italia e all’estero, senza utilizzare la mano d’opera dello stabilimento novese.

* Fonte: Roberto Persia, IL MANIFESTO

image: Pava [CC BY-SA 3.0 it (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/deed.en)], from Wikimedia Commons

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