Scaricabarile per la tomba di fango in Sicilia. «Quella casa andava abbattuta»

Cemento killer. Nove i morti a Casteldaccia, il sindaco accusa i giudici del Tar. La replica: nessuno aveva chiesto la sospensione della demolizione

Alfredo Marsala * • 6/11/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 259 Viste

Le peripezie politico-giudiziarie del primo cittadino. La Regione aveva chiesto ai sindaci i dati delle case abusive: hanno risposto solo in 39, il 10 per cento. Oggi i funerali Il dolore del padre sopravvissuto, affittava la villetta da due anni

CASTELDACCIA (PALERMO). Dolore, rabbia, indignazione. Il sole che splende su Palermo non cancella quarantotto ore da incubo. Dodici morti e un medico disperso, il tragico bilancio del nubifragio. Famiglie distrutte, interi raccolti annientati, aziende in ginocchio. Un pezzo di Sicilia, da Palermo ad Agrigento, devastato. Alcuni comuni rimangono isolati per gli smottamenti delle strade, piene di fango e detriti. In campo c’è anche l’esercito. Si fa la conta dei danni. Milioni e milioni di euro. Il premier Conte ha inserito la Sicilia in testa alla lista delle regioni per le quali il consiglio dei ministri decreterà lo stato di emergenza. Budget in fase di definizione. Rimangono i punti interrogativi. E sono tanti.

OGGI IN CATTEDRALE si celebrano i funerali solenni delle nove vittime di Casteldaccia, cittadina di 11.600 abitanti a venti chilometri da Palermo. Qui, in una zona che prima era un agrumeto sovrastato dal cemento selvaggio, sono rimaste sepolte sotto l’acqua e i detriti che hanno invaso una villetta due intere famiglie, riunite per festeggiare un compleanno. L’onda d’urto non ha lasciato scampo, solo in tre si sono salvati ma solo perché in quell’istante non erano in casa. L’area è stata sequestrata dalla Procura di Termini Imerese che ha aperto un’inchiesta per disastro e omicidio colposo. Nel registro degli indagati, presto, potrebbero comparire i primi nomi.

DENTRO LA VILLETTA mobili e suppellettili si mischiano al fango, ci sono ancora i giocattoli che gli adulti avevano comprato per i bambini nel giorno della ricorrenza dei morti, un lungo tavolo apparecchiato con tanti dolcetti, spezzato durante la notte da incubo. Nella casetta l’acqua è stata tirata via dalle pompe dei vigili del fuoco e nella melma è rimasto semiaffondato il galeone dei pirati che era stato regalato per le feste a Francesco, 3 anni, morto sbattuto tra le mura dalla forza dell’acqua e poi affogato, gli ovetti di cioccolato anche questi destinati a lui e le scarpine dell’uomo ragno. Sbucano dal fango anche la Minnie di peluche e le bamboline regalate a Rachele, morta a un anno mentre il fratello Federico, 15 anni, tentava di salvarla disperatamente prima di essere sopraffatto dall’acqua.

DURO IL COMMENTO del governatore Nello Musumeci, durante il suo sopralluogo: «È disarmante vedere decine di case a due passi dal fiume, è davvero una vocazione al suicidio».

NELLA CAMERA ARDENTE, allestita nella chiesa della Madonna di Lourdes del quartiere Zisa, lo strazio di parenti e amici. Tra le nove bare c’è quella bianca di Rachele, l’unica scoperta, dove qualcuno ha poggiato due piccoli peluche. Giuseppe Giordano se ne sta seduto immobile: ha perso due figli, la moglie, i genitori e due fratelli. Non dovevano esserci in quella villetta: la prendevano in affitto da due anni, ma era abusiva. Anzi, doveva essere demolita. Un’inerzia lunga dieci anni. Tra pratiche di cui si perdono le tracce in uffici sommersi di carte e ignoranza della legge. L’immobile si trova a ridosso del torrente Milicia, un rigagnolo d’estate, diventato un mostro sabato notte. Il comune ne aveva ordinato la demolizione nel 2008, aveva detto subito dopo la tragedia il sindaco Giovanni Di Giacinto incolpando il Tar, a cui i proprietari si erano rivolti per impugnare il provvedimento, di non aver mai deciso la causa. Un’accusa grave cui i giudici amministrativi hanno risposto duramente: nessuno aveva chiesto la sospensione della demolizione e comunque il ricorso era decaduto nel 2011. Quindi il sindaco, a quei tempi proprio Di Giacinto, che è al suo terzo mandato, poteva e doveva abbattere la costruzione.

MA L’AMMINISTRAZIONE, che nemmeno si era costituita in giudizio e non aveva più seguito le sorti del procedimento, non ha soldi per le demolizioni: è in dissesto e le casse sono vuote. «Ci aiuti lo Stato», dice ora Di Giacinto, ras politico della cittadina.

LA SUA PRIMA ELEZIONE risale al 2003, anche se negli anni precedenti aveva svolto il ruolo di vice sindaco. In sella per due mandati, Di Giacinto lasciò il comune nel 2012 quando si candidò alle regionali nella lista del Megafono, il movimento dell’ex governatore Rosario Crocetta. Il sodalizio si spezzò quattro anni dopo, con Di Giacinto passato tra le fila del Pse. Da deputato aveva chiesto alla Regione la rimozione dell’allora sindaco di Casteldaccia, Fabio Spatafora, per presunte inadempienze amministrative. Mentre era in Parlamento fu indagato dalla Procura di Termini Imerese, e rinviato a giudizio dal tribunale, per abuso d’ufficio. Nel processo in corso è accusato di avere arrecato danni alle casse del comune di Casteldaccia, proprio quando era sindaco, per favorire un gruppo di concittadini, ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, attraverso una password per l’accesso all’agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco.

PROPRIO CASTELDACCIA è nella black list della Regione. Sei mesi fa, il governo Musumeci ha inviato una nota ai sindaci dei 390 comuni dell’isola, con un secondo sollecito a settembre, chiedendo i dati sul numero delle case abusive: solo 39 comuni hanno risposto, appena il 10 per cento. E tra questi non c’è Casteldaccia. L’idea è di farsi autorizzare da Roma un fondo di rotazione da dove attingere le risorse per finanziare le opere di demolizione dei manufatti abusivi, considerando che spesso i comuni sostengono di non potere procedere proprio per mancanza di fondi.

ORA SONO IN ARRIVO i commissari ad acta. Si pensa alle case abusive ma anche a fiumi e torrenti. Dopo il primo nubifragio d’inizio ottobre, il governo aveva fatto un monitoraggio negli uffici scoprendo che molti interventi per la ripulitura degli alvei sono rimasti sulla carta. Niente progetti e niente soldi, in molti casi. Le prime teste a saltare sono state quelle dei capi del genio civile di Palermo e Catania, «ma ne salteranno altre», annuncia Musumeci.

IL GOVERNO aveva stanziato 6 milioni per ventisei opere di pulitura autorizzate fino metà ottobre. La tragedia con i suoi morti sta facendo accelerare l’amministrazione che ha aumentato a cento i fiumi e i torrenti dove fare manutenzione.

* Fonte: Alfredo Marsala, IL MANIFESTO

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