Legge Anticorruzione, la maggioranza festeggia

La camera approva definitivamente la legge che è stata bocciata dai giuristi e dagli avvocati e che i magistrati considerano non sufficiente

Andrea Fabozzi * • 19/12/2018 • Carcere & Giustizia • 212 Viste

Giustizia. I 5 Stelle organizzano l’esultanza in aula e fuori, i ministri e sottosegretari leghisti disertano il voto

La legge anti corruzione regala una serata di festa a una maggioranza in difficoltà. Gioiscono soprattutto i 5 Stelle, con bandiere e striscione davanti alla camera dei deputati: «La prima legge anti corruzione dai tempi di Mani pulite». Quando Di Maio aveva sei anni. Adesso è proprio il capo grillino a intestarsi non solo la legge ma anche la sua immediata applicazione: «Quelli che prenderemo con le mani nella marmellata non ce le rimetteranno più». Salvini arriva alla camera direttamente con il giubbotto della polizia (e le buste dei regali). Adesso anche la Lega, che in prima lettura aveva espresso dubbi e cercato di frenare l’anti corruzione che ha dentro la riforma della prescrizione – apertamente e nel voto segreto – è interessata a incassare il successo per il governo. Per il ministro della giustizia Bonafede che in aula al momento dell’approvazione si è prodotto in un abbraccione a Di Maio identico a quello che campeggia sulla sua pagina facebook (Salvini era uscito), la legge è una svolta «epocale per tutti i cittadini onesti». Ed è solo l’inizio. Perché «epocale» sarà anche la riforma del processo penale che il governo si è impegnato a fare da qui al gennaio del 2020, quando entrerà in vigore la norma sullo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado che senza un serio abbattimento dei tempi dei processi rischia a detta di tutti (giuristi, avvocati, magistrati) di risolversi in una condanna al processo eterno per colpevoli e innocenti.
La terza e definitiva lettura parlamentare è stata poco più di una formalità, la maggioranza ha deciso di poter rischiare sui voti segreti grazie anche al fatto che la presidenza della camera ha falcidiato gli emendamenti. Ne sono stati ammessi appena tre, di cui due a voto segreto. Il primo – firmato dall’ex M5S Vitiello per depenalizzare il peculato – era lo stesso emendamento che un mese fa provocò una mezza crisi di governo quando venne approvato con il contributo dei franchi tiratori leghisti. Dal 20 novembre a oggi però la musica è cambiata, e centosessanta voti si sono spostati dal sì di allora al no di ieri sera. Risultato l’emendamento è stato respinto con la bellezza di 406 voti contrari, se anche qualche franco tiratore leghista ci avesse riprovato è finito annegato nella marea di voti contrari che stavolta anche il Pd e Leu hanno deciso di esprimere. Ha funzionato il richiamo alla presenza obbligatoria arrivato lunedì sera con Whatsapp ai deputati di maggioranza, ministri e sottosegretari compresi. Apprezzabile in aula con i banchi del governo per una volta pieni, oltre a Bonafede c’erano tutti i ministri grillini che sono anche deputati come Giulia Grillo e per il voto finale sono arrivati anche Fraccaro e Di Maio. Non hanno invece rispettato il richiamo i ministri e sottosegretari della Lega, risultano assenti nel voto finale sia Fontana che Giorgetti, Rixi, Duriger, Guidesi, Molteni, Garavaglia, Manzato, Galli, Picchi e Volpi. Nessun problema però nel voto finale, i favorevoli sono stati 304 (Lega e 5 Stelle) i contrari 106 e gli astenuti 19 (Fratelli d’Italia). La Lega però non ha esultato, qualche battimani neanche troppo convinto. Notevole la differenza con i festeggiamenti incontenibili dei 5 Stelle, dentro l’aula e fuori in piazza. Dal mese prossimo la partita si sposta sulla riforma del processo. Senza la quale, ha detto lunedì Salvini, neanche lo stop alla prescrizione può entrare in vigore. La legge approvata ieri però non dice questo, non c’è alcun collegamento tra le due riforme se non quello esposto, a parole, dal governo.
Nella legge ci sono diverse misure molto critiche, oltre allo stop alla prescrizione che appare in contrasto con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza e la garanzia della ragionevole durata del processo. L’agente sotto copertura viene previsto per i reati contro la pubblica amministrazione in una formula sufficientemente larga da somigliare pericolosamente a un agente provocatore. La non punibilità per chi corrompe ma poi si auto denuncia può generare casi di ricatto e provocazione.
Il cosiddetto Daspo a vita, cioè l’impossibilità a contrarre con la pubblica amministrazione per i corrotti, è esteso anche oltre la riabilitazione (in ogni caso non a vita per evitare una sicura illegittimità). L’approvazione della legge è stato «un errore gravissimo e un segno di arroganza» per gli avvocati penalisti. Mentre per l’Associazione magistrati «rende ancor più necessario aprire la stagione degli interventi complessivi sul processo penale».

* Fonte: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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