L’ex ministro della Lega Calderoli condannato per odio razziale

In un comizio aveva definito «orango» l’allora ministro Kyenge. La pena (sospesa) decisa dal tribunale di Bergamo è di un anno e 6 mesi. Alcuni senatori Pd votarono contro l’autorizzazione I pm si appellarono alla Consulta

Adriana Pollice * • 15/1/2019 • Osservatorio razzismo & discriminazioni, Politica & Istituzioni • 434 Viste

Il senatore leghista Roberto Calderoli è stato condannato in primo grado a un anno e sei mesi (con pena sospesa) per aver paragonato a un orango l’allora ministra Cecile Kyenge. Il tribunale di Bergamo ha riconosciuto l’aggravante razziale alle offese di Calderoli, che all’epoca ricopriva il ruolo di vicepresidente del Senato, incarico che mantiene tutt’ora. L’esponente del Carroccio si era difeso in aula lo scorso luglio: «Non ricordo parola per parola quanto ho detto, ma il mio intento era la critica politica al governo Letta, anche per un certo divertimento delle persone presenti, con toni leggeri. Non ho mai usato la parola “orango”, bensì “oranghi”, riferendomi a tutto il governo. Intendevo dire che si muovevano come elefanti in una cristalleria. Se avessi usato quest’altro paragone non saremmo in quest’aula».

IL RIFERIMENTO È AL COMIZIO del luglio 2013 alla festa della Lega Nord di Treviglio. In rete si trova ancora l’audio, Calderoli arringa 1.500 supporter del Carroccio: «Ogni tanto apro il sito del governo e quando vedo venire fuori la Kyenge io resto secco. Io sono anche un amante degli animali per l’amore del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto». Ieri l’ex ministra, oggi eurodeputata Pd, ha commentato via social: «Abbiamo vinto un’altra volta, davanti ai giudici, nei luoghi che contano. Il razzismo la paga cara. È una sentenza incoraggiante. Perciò esprimo la mia soddisfazione: non solo per questioni personali, ma anche perché la decisione del tribunale di Bergamo conferma che si può e si deve combattere per vie legali, oltre che civili, civiche e politiche».

ARRIVARE A SENTENZA non è stato facile. La giunta per le Autorizzazioni del Senato a febbraio del 2015 votò a favore di Calderoli perché le opinioni erano state espresse «da un membro del parlamento nell’esercizio delle sue funzioni». Il leghista si giustificò: «Era una critica relativa alla politica migratoria del governo Letta». Una linea condivisa anche da quattro senatori del Pd, cioè della stessa formazione politica di Kyenge che commentò: «È come se quell’insulto fosse stato fatto a un paese intero per la seconda volta». Il dem Claudio Moscardelli, ad esempio, aveva detto in giunta: «Le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, atteso il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e attesa anche la configurazione della Lega, in cui operano anche diverse persone di colore». La decisione provocò una fortissima polemica che esplose innanzitutto in casa dem, a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano che attaccò il suo stesso partito. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani definì le frasi «scioccanti e inaccettabili».
Calderoli, intanto, aveva presentato mezzo milione di emendamenti alla riforma costituzionale del governo Renzi così quando a metà settembre si arrivò a votare l’autorizzazione a procedere in aula il Pd, con il capogruppo dell’epoca Luigi Zanda, chiese di rimandare la decisione: «La delicatezza della questione impone che ciascun senatore possa essere debitamente informato, possa valutare e possa riflettere», la motivazione offerta. Erano già passati sette mesi dal passaggio in giunta: anche all’epoca la dichiarazione di Zanda suonò pretestuosa. La richiesta venne comunque respinta.

PER SALVARE LA SITUAZIONE si decise un escamotage, dividere il voto: in questo modo arrivò il via libera per la diffamazione e il no all’istigazione all’odio razziale. Con l’accusa depotenziata, Calderoli ritirò gli emendamenti. Il tribunale di Bergamo è dovuto ricorrere alla Corte costituzionale, sollevando il conflitto di attribuzione, per poter procedere con l’ipotesi di reato formulata dai pm. «Un grande riconoscimento per i pm che avviarono le indagini – ha concluso ieri Kyenge -, dimostrando che lo spazio pubblico non può diventare un terreno di incitamento all’odio razziale. Da applausi anche i giudici che hanno dimostrato imparzialità e fermezza». Grazie alla magistratura, quindi, ma non al Pd: dopo aver barattato l’antirazzismo con le riforme costituzionali di Matteo Renzi, nessun dem ieri ha commentato per l’intero pomeriggio.

* Fonte: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

photo: European University Institute [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

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