Conflitto indo-pachistano. Due aerei abbattuti, si infiamma lo scontro tra propagande

Alle bombe indiane Islamabad risponde abbattendo due caccia. E c’è il primo prigioniero. Escalation della «questione kashmira», ma nessuno dei due vuole la guerra

Matteo Miavaldi * • 28/2/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 458 Viste

Ieri il botta e risposta tra le aeronautiche militari di India e Pakistan ha spinto i travagliati rapporti tra le due potenze nucleari dell’Asia meridionale verso terreni diplomatici drammaticamente inesplorati.

Nella mattinata, due caccia pachistani hanno violato lo spazio aereo indiano sganciando bombe in una zona disabitata del Kashmir. Immediatamente, due caccia indiani si sono levati in volo superando la Linea di Controllo – il de facto confine tra India e Pakistan – finendo nel raggio di tiro della contraerea pachistana.

Mentre scriviamo ancora non è chiaro se l’esercito pachistano abbia effettivamente abbattuto entrambi i velivoli, come ha sostenuto in prima battuta, o se solamente uno. È certo però che il comandante Abhinadan della Indian Air Force, sopravvissuto allo schianto del suo caccia, è stato catturato dall’esercito di Islamabad in territorio pachistano e, da ieri, è il primo prigioniero di un conflitto esacerbatosi drammaticamente in soli quindici giorni.

La cronologia recente della «questione kashmira», un conflitto a bassa intensità che impegna gli eserciti e le diplomazie indiane e pachistane dal 1947, racconta come la regione sia una pentola a pressione pronta a esplodere. Lo scorso 14 febbraio un militante kashmiro appena ventenne della sigla terroristica pachistana Jaish-e-Mohammed si fa esplodere contro un convoglio di soldati indiani in Kashmir: più di quaranta morti.

New Delhi accusa Islamabad di coprire gli estremisti islamici e, secondo il governo indiano, condivide con la controparte pachistana le coordinate di un campo d’addestramento di JeM nella provincia pachistana di Khyber-Pakhtunkhwa, esortando le autorità locali a intervenire ma senza ottenere alcuna risposta.

L’India decide allora di alzare l’asticella, mandando due bombardieri a radere al suolo la presunta base terroristica, annunciando trionfante lunedì 25 febbraio la «mission accomplished»: il campo è ridotto in macerie, dicono i media indiani, si contano fino a seicento terroristi morti. Non esistono però informazioni oggettive né sull’esistenza effettiva del campo d’addestramento né, tanto meno, sul bilancio delle vittime.

L’unica cosa certa: l’India non bombardava il territorio pachistano dal 1971. Nello stesso giorno il Pakistan offre la propria versione degli eventi: non c’era nessun campo di JeM, le bombe indiane hanno colpito alberi e colline che, seppur disabitate, sono pachistane a tutti gli effetti.

Il generale maggiore pachistano Asif Ghafoor promette una risposta «adeguata», che puntualmente è arrivata ieri con le bombe che cadono al di qua e al di là della Linea di Controllo e la cattura del comandante indiano Abhinadan.

Attorno al prigioniero indiano si giocherà nei prossimi giorni una partita delicatissima combattuta tra propaganda e realpolitik. Da un lato, sia l’India già in modalità pre-elettorale sia il Pakistan reduce da un affronto militare mai così sfacciato negli ultimi cinquant’anni hanno tutto l’interesse a dar fiato alle rispettive propagande nazionaliste; ma dall’altro, entrambi sembrano determinati a evitare che la situazione finisca per andare tragicamente fuori controllo, trascinando le due potenze nucleari in un vero e proprio conflitto.

Se il primo ministro indiano Narendra Modi ancora non si è espresso chiaramente in merito, la ministra degli esteri di New Delhi Sushma Swaraj ha dichiarato che l’India agirà «con responsabilità e moderazione». In un comunicato, il premier pachistano Imran Khan ha spiegato che se l’escalation non si interromperà «la situazione finirà fuori dal mio controllo o da quello di Modi».

* Fonte: Matteo Miavaldi, IL MANIFESTO

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