Iran. Condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate Nasrin, l’avvocata delle donne

Condannata da Raisi, il «boia» iraniano degli anni ’80, con la benedizione di Ali Khamenei. Sotoudeh è da anni in prima linea contro l’obbligo del velo e la pena di morte

Farian Sabahi * • 13/3/2019 • Diritti umani & Discriminazioni • 563 Viste

Se la magistratura iraniana ha condannato l’attivista e avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh a 38 anni di carcere e a 148 frustate è perché lo ha deciso il nuovo capo della magistratura. È in carica dal 7 marzo e il suo passato è tutt’altro che rassicurante: a fine anni ’80 aveva condannato a morte migliaia di oppositori della Repubblica islamica.

Con un timbro, ricordano in tanti, li aveva mandati al patibolo. Il personaggio in questione si chiama Ebrahim Raisi, ha 58 anni ed è un giurista e membro del clero sciita con il turbante nero, quindi discendente del Profeta Maometto.

Legato all’establishment conservatore, dal 2006 è membro dell’Assemblea degli Esperti incaricata della successione del leader supremo. Le sue credenziali non sono solide come quelle degli altri membri dell’Assemblea, ma Raisi vanta legami con i pasdaran e per dieci anni è stato a capo della holding Setad, un business da 95 miliardi di dollari.

Se Raisi si è permesso di infliggere una condanna «esemplare», è perché evidentemente ha l’approvazione del leader supremo Ali Khamenei. I due sono legati a filo doppio. Nel 2016 Khamenei lo aveva nominato custode del mausoleo dell’Imam Reza a Mashhad, che ogni anno accoglie circa 30 milioni di pellegrini e la cui fondazione Astan Qods Rezavi ha un budget superiore al governo.

Nel 2017 Raisi aveva cercato di portare via la poltrona al presidente moderato Rohani, senza riuscirci: nei suoi comizi elettorali vigeva la segregazione dei sessi che a molti non era piaciuta. Ora pare si prepari a una carica più alta: molti analisti ipotizzano che Raisi sia il successore designato alla massima carica della Repubblica islamica. E gli iraniani giocano sul cognome Raisi e sul significato del vocabolo Raìs, che in persiano vuol dire «capo».

Con la condanna a Nasrin, Raisi e Khamenei vogliono far sapere di essere i più forti, di fregarsene delle minacce di Trump che manda all’aria l’accordo nucleare del 2015 in cui confidavano per far decollare l’economia. Infliggendo 38 anni di carcere e 148 frustate a una donna avvocato, i due turbanti neri dicono: «Non abbiamo paura delle interferenze occidentali né del dissenso».

Ma una sentenza simile fa passare un altro messaggio: se un’attivista viene punita così è perché fa veramente paura ai vertici della Repubblica islamica. Anche noi, in Europa, dovremmo avere paura: della scalata ai vertici di Raisi, un populista che nella campagna per le presidenziali del 2017 aveva promesso di elargire sussidi a 24 milioni di iraniani, con un costo pari a 3,5 miliardi di dollari. Due anni fa, a metterlo in difficoltà era stato il presidente Rohani: gli aveva chiesto dove pensava di prendere i soldi, prelevarli presso la Banca Centrale avrebbe mandato l’inflazione alle stelle.

Nasrin Sotoudeh è stata condannata per spionaggio e altri reati legati alla sicurezza nazionale. Avrebbe diffuso informazioni contro la Repubblica islamica e insultato il leader supremo Khamenei. Ieri la notizia della condanna è rimbalzata sui social. È stato il marito a confermare su Facebook, dopo averle brevemente parlato al telefono, dal carcere. A renderlo noto è stato il Centro per i Diritti Umani in Iran.

La sua vera colpa? Aver dedicato la propria vita alla giustizia, essersi pronunciata contro la pena di morte ed essere l’avvocato delle donne che protestano per l’obbligo del foulard, imposto dall’Ayatollah Khomeini esattamente 40 anni fa.

Nasrin non è il tipo che scappa: la battaglia per i diritti l’ha portata avanti vivendo a Teheran, in contatto con la collega Shirin Ebadi che nel 2003 è stata insignita del Nobel per la Pace e da diversi anni vive a Londra. In prigione, Nasrin era già stata tra il 2010 e il 2013 con l’accusa di diffondere propaganda e fare cospirazione contro lo Stato. Reati che ha sempre detto di non aver commesso.

Il suo caso aveva fatto accendere i riflettori sulle violazioni dei diritti umani in Iran e il Parlamento Europeo le aveva conferito il Premio Sakharov per la Libertà di Pensiero, mentre era in cella. In prigione Nasrin è finita ancora a giugno, per aver difeso le tante donne apparse in pubblico senza il velo. Un gesto che in Iran, è reato. Un pezzo di stoffa che ad ayatollah e pasdaran suscita le paure più grandi.

* Fonte: Farian Sabahi, IL MANIFESTO

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