La nuova direttiva europea sul copyright nasce già vecchia

Approvate dal parlamento di Strasburgo le nuove norme volute dai grandi gruppi editoriali. Ma il modello di business di Google e degli altri «Big Five» della rete è già cambiato

Benedetto Vecchi * • 27/3/2019 • Europa, Informazione & Comunicazione • 537 Viste

E i proprietari dei contenuti non sono più da tempo autori e ricercatori, ma le imprese

Il parlamento europeo ha detto sì alla direttiva che modifica le norme sul diritto d’autore. Dopo due anni di discussioni sul «come» adeguare la legislazione sul copyright alla luce dei mutamenti e le trasformazioni attorno alla produzione, distribuzione e consumo di brani musicali, libri, film e informazioni, ieri la pratica è stata archiviata dall’aula di Strasburgo. Ma sono forti i sospetti che da qui a qualche anno dovrà essere di nuovo riaperta. A chiedere l’adeguamento sono stati soprattutto i grandi gruppi editoriali della carta stampata, che hanno puntato l’indice contro le imprese globali della Rete che, questa l’accusa, saccheggiavano le informazioni da loro prodotte senza pagare nulla e facendo profitti con il traffico degli utenti sui loro siti o vendendo spazi pubblicitari.

A VOTARE A FAVORE della direttiva sono stati 348 parlamentari europei; 274 invece i voti contrari; 36 gli astenuti. Un voto che ha visto i maggiori gruppi parlamentari spaccarsi. Parte dei socialisti – deputati tedeschi, italiani del Pd, spagnoli, greci – hanno votato contro la direttiva, mentre altri hanno votato a favore. Lo stesso è accaduto con i popolari e i liberali, anche se le divisioni sono state minori rispetto i socialisti. Per l’Italia, voto contrario dei 5 Stelle e della Lega, che in quanto titolari di un governo di coalizione si erano già contraddistinti come oppositori della direttiva.

IN QUESTI ANNI la discussione è stata sempre aspra con accuse reciproche di subalternità agli interessi economici di gruppi imprenditoriali competitivi tra loro. Così chi ha votato contro è stato accusato di essere al soldo dei Big Five (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft). Anche chi ha votato a favore è stato accusato di essere prigioniero degli interessi di altri padrini: i grandi gruppi editoriali e dell’industria dell’entertainment.
Il copyright è però sempre più uno strumento politico che legittima i rapporti di potere nell’industria culturale e che regolamenta la concorrenza tra imprese e tra queste e i consumatori.
Ad essere rimossa è una delle tante regole scritte nelle legislazioni nazionali sul diritto d’autore, cioè il fatto che i proprietari dei contenuti non sono i singoli compositori, scrittori, ricercatori scientifici nel caso dei brevetti, bensì le imprese. In altri termini quando si parla di copyright si occulta che i singoli artisti o «lavoratori della conoscenza» cedono i diritti di proprietà dei contenuti da loro prodotti alle imprese che li hanno commissionati o per le quali lavorano. La confusione su come funziona il diritto d’autore è alimentata da cantautori o da scrittori di successo che lanciano appelli in difesa del copyright forti della logica dominante nel business «culturale in base alla quale «chi vince prende tutto». In questo caso il diritto d’autore non è altro che uno strumento per garantire la rendita di posizione di scrittori, musicisti di successo. Quello che rimane alla moltitudine dei «perdenti» sono cioè le briciole.

IL VOTO DI IERI sancisce il compromesso tra le industrie tradizionali dei contenuti e le imprese della Rete. Una tregua armata, perché forte è il sospetto che questa direttiva nasca già vecchia, perché mutato è il modo di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti.
Lo pensa anche Lawrence Lessig, dovente ad Harvard e ritenuto la mente giuridica delle licenze Creative Commons, ospite a Roma della John Cabot University. Per Lessig è sempre più evidente il detto che la produzione di musica, romanzi è un fatto sociale e che l’accesso ai contenuti dovrebbe sì essere regolamentato ma soprattutto affermato come diritto universale. Con uno stile che ricorda più una performance artistica che non una lezione universitaria, Lessig ha chiamato alla mobilitazione contro la direttiva europea perché bloccherebbe la creatività individuale e trasformerebbe chi gestisce i siti internet in poliziotti. Il giurista statunitense sostiene infatti che la direttiva europea sia una camicia di forza alla produzione di contenuti. Inoltre, distoglie l’attenzione da quando è accaduto in Rete. La formazione di piattaforme digitali, lo sviluppo dei Big Data sono solo tappe di un modo di organizzare il capitalismo attraverso Internet. Amazon, Google, Apple, Facebook, Twitter sono stati, sostiene a ragione Lessig, solo modelli di business e di distribuzione dei contenuti. Ora quelle stesse imprese vogliono produrre loro stesse contenuti. Amazon, Netflix e adesso anche Apple sono o vogliono diventare imprese televisive, cinematografiche, distribuendo i propri contenuti, all’interno di una cornice che salvaguardi l’idea di gratuità del servizio distributivo e al tempo stesso di pagamento dei contenuti. iTunes, gli abbonamenti a prezzi contenuti sono la forma emergente che, ma su questo Lessig preferisce non vedere, punta a un regime misto della proprietà intellettuale.

IN ALTRI TERMINI i Creative Commons devono convivere con le leggi nazionali o internazionali e con le norme sulla proprietà intellettuale stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) o dell’organizzazione sulla proprietà intellettuale delle Nazioni Unite (Wipo). Da questo punto di vista la direttiva europea segna un compromesso temporaneo. Da qui a una manciata di anni, la norma diventerà un dispositivo ormai obsoleto e inutile.
Intanto dopo il voto del parlamento di Strasburgo la direttiva dovrà essere approvata dal Consiglio europeo e dopo due anni dalla pubblicazione diventerà vincolante per gli stati membri, che però conservano un margine per un’applicazione più o meno rigida con la legislazione nazionale.

* Fonte: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

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