Flat-tax, sulle tasse la destra attacca, la sinistra non sa rispondere

Flat-tax. Nel cuore della tassa «piatta« si annida una drammatica alterazione nella distribuzione del reddito, a ulteriore favore dei ricchi e a danno dei ceti medi del paese–

Laura Pennacchi * • 17/4/2019 • Lavoro, economia & finanza • 190 Viste

Il Documento di economia e finanza per il 2020 del governo Salvini-Di Maio non prospetta nulla di buono per l’Italia, bisognosa di una terapia d’urto in occupazione e investimenti, di cui non c’è traccia. Salvini affronta con la massima spregiudicatezza propagandistica le elezioni europee del 26 maggio, alimentando la galassia nera fascistoide che lo circonda, rilanciando con espressioni fumose un tradizionale arnese della destra estremistica come la flat tax. Di fronte a tale miscela esplosiva la sinistra non sa rispondere.

Non basta dire quel che dicono anche autorevoli esponenti del Pd e della sinistra radicale, e cioè che le destre italiane non faranno mai la flat tax perché non hanno le risorse e vogliono solo ingannare gli allocchi. Bisogna invece dire che, oltre che insostenibilmente costosa, la flat tax è sbagliata nel merito, perché iniqua e rivolta contro il senso di responsabilità collettiva e le istituzioni con le quali essa si esercita, cioè i servizi pubblici e il welfare state.

Un conto è pensare a una riforma del sistema fiscale per contrastare l’enorme evasione e ridurre la pressione sul tartassato lavoro dipendente, altro è mirare a demolire, intaccando la connessione entrate/servizi, la rete di solidarietà e di responsabilità collettiva. Nel cuore della flat-tax si annidano due esiti estremamente negativi. Il primo è una drammatica alterazione della distribuzione del reddito, già tanto disegualitaria e squilibrata, a ulteriore favore dei ricchi e a danno dei ceti medi. Il secondo esito negativo è una perdita di gettito di tale entità da restituire attualità al motto starving the beast, “affamare la bestia governativa” (sottraendogli le risorse necessarie a finanziare servizi pubblici e prestazioni sociali). Non è per caso che l’embrione di flat tax già introdotto usi lo Stato solo come Pantalone e non certo come soggetto strategicamente innovatore, in uno spirito a favore di un mondo autonomo minuto (mentre sono del tutto trascurati la grande impresa, gli investimenti in ricerca e innovazione, la scuola e l’Università), affidando il rilancio dello sviluppo prevalentemente al Nord e lasciando ai margini il Mezzogiorno, compensato con elargizioni assistenzialistiche.

In gioco, dunque, c’è molto di più che un problema di costi: si punta a minare profondamente il senso di responsabilità collettiva che sostiene le politiche pubbliche e che si esprime attraverso le istituzioni collettive. Non si deve dimenticare che la flat tax ha conosciuto il suo trionfo all’epoca di Reagan, parte di una supply side economics consistente in benefici fiscali e trasferimenti monetari in favore dell’autoregolazione del mercato e dello “Stato minimo”. Infatti, nella cerchia dei consiglieri repubblicani nessuno credeva che i tagli fiscali del 1981 potessero essere finanziariamente sostenibili (e in effetti non lo furono), ma si consideravano i tagli stessi come mezzi per formare disavanzi tali da affamare il bilancio pubblico. “Meno tasse, meno regole, meno stato, più mercato”, associando l’idea che la tassazione sia intrinsecamente dannosa alla volontà di ridurre al “minimo” il ruolo degli stati e dei governi (si consideri che, anche nelle proposte più moderate attuali, la perdita di gettito sarebbe finanziata in grande misura con l’abolizione di molte detrazioni esistenti e con altri tagli di funzioni pubbliche).

Al contrario, bisogna fronteggiare con grandi ideali e un forte profilo riformatore il disorientamento culturale che scaturisce da proposte quali la flat tax: le visioni neoliberiste, di cui è figlia, oggi commiste in modo spurio a tanti elementi di populismo il cui sovranismo non cessa di contenere molto liberismo, hanno fatto sì che un dibattito meditato sulla tassazione scomparisse dalla scena pubblica.

L’inerzia di una riflessione pubblica ha prodotto quel fenomeno generalizzato per cui le scelte di politica fiscale non sembrano più appartenere alla discriminante destra/sinistra: da entrambi i lati appare dominante un unico slogan, diminuire le tasse.

Così si perde di vista che il significato e il ruolo della tassazione non sono valutabili in se stessi, ma si commisurano anche e soprattutto al livello e alla qualità dei servizi di cui una società desidera disporre, i quali a loro volta, esprimono la qualità e la natura dei “beni collettivi” e dei “legami di cittadinanza” propri di quella stessa società.

Poiché, però, il dibattito sul livello e la struttura della tassazione è centrale per il processo democratico, l’accettazione della ridefinizione della questione fiscale nei termini angusti imposti dalle destre è particolarmente dannosa per le forze di centro-sinistra. Esse, infatti, hanno bisogno per definizione di politiche attive e di offrire servizi di alta qualità e basano la loro forza sull’estensione della cittadinanza e sull’approfondimento dei legami coesivi tra cittadini e dei legami di fiducia tra cittadini e stato, l’indebolimento dei quali è, invece, provocato dalla delegittimazione della tassazione.

Finanziare spesa corrente fatta di tagli fiscali, decontribuzioni, regalie varie (invece che spesa in investimenti produttivi), come fa il governo giallo verde per di più in deficit, porta alla paralisi e alla recessione. Quello che oggi urge è un rovesciamento di lessico, di paradigma culturale, di etica pubblica che sposti il focus su un grande Piano di investimenti pubblici per un nuovo modello di sviluppo di elevata qualità e ad alta intensità di lavoro, soprattutto per i giovani e le donne la cui mancata occupazione rimane scandalosamente alta.

 

* Fonte: Laura Pennacchi, IL MANIFESTO

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