Il modello predatorio estrattivista e la resistenza dei territori. Intervista a Luca Manes

In difesa del bene comune. Intervista a Luca Manes, dal 16° Rapporto sui diritti globali

Alberto Zoratti * • 1/4/2019 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2018 • 745 Viste

Estrattivismo: un termine ancora poco diffuso in Italia, ma che indica la sistematica sottrazione di risorse da un territorio e dalle comunità che lo abitano. Ci si può certamente riferire all’estrazione petrolifera o mineraria, o all’utilizzo e allo sfruttamento di risorse naturali come la terra o l’acqua. Ma spesso il termine assume significati più ampi, toccando persino l’illegalità e la corruzione che talvolta si cela dietro ad accordi miliardari: ricchezze che vengono stornate dai territori per finire in tasca del politico o dell’imprenditore di turno. Al riguardo, la società civile, i movimenti, stanno giocando un ruolo di opposizione di controllo democratico non indifferente, come ci racconta Luca Manes di Re:Common.

 

Rapporto sui Diritti Globali: Se dovessimo spiegare in forma semplice il termine estrattivismo, come potremmo iniziare?

Luca Manes: Non è semplice definire con due parole un concetto che in Italia è sostanzialmente nuovo. Abbiamo cercato di chiarirlo nell’ultima pubblicazione di Re:Common sul tema [Il saccheggio, NdR], dove si evidenzia come il termine faccia pensare subito al processo di rimozione di risorse naturali dai sottosuoli allo scopo di esportare materie prime. In realtà, l’estrazione mineraria è solo una parte, seppure importante, di tutta la questione. L’estrattivismo si fonda sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, ed è una ricchezza intesa in senso molto ampio, combinata con il trasferimento forzato di sovranità sugli stessi, da chi li vive a chi li depreda, da chi sopravvive grazie e in funzione di essi, a chi se ne serve per garantire il consolidamento e la riproducibilità di un modello basato sul profitto a vantaggio di pochi, tendenzialmente sempre gli stessi.

Questa è, a mio modo di vedere, una definizione esaustiva e piuttosto chiara e completa. Normalmente, quando si parla di estrattivismo, la prima cosa che viene in mente è l’estrazione petrolifera nel Delta del Niger, lo sfruttamento indiscriminato e a volte anche violento delle risorse, che molte volte minaccia persino il benessere e la vita delle comunità che abitano quei territori. Ma non è solo quello: anche la costruzione di una grande infrastruttura senza alcun beneficio, ma al contrario danni all’ambiente e alle popolazioni locali (come un’autostrada costruita all’interno di una zona protetta o nelle vicinanze di una comunità) può essere definita come una forma di estrattivismo. Abbiamo molti esempi, persino in Italia come il TAP (il gasdotto in costruzione a Melendugno, in Puglia), il TAV in Val Susa, il passante di Mestre.

Ma un approccio estrattivista non si riferisce solamente alle risorse naturali, al petrolio o all’utilizzo del territorio, ma parla anche di consumo di denaro, in particolar modo quando questo passa sotto forma di tangenti e corruzione. O si può riferire, in senso lato, anche alla trasformazione urbana delle nostre città, al processo di gentrificazione che estrae valore da beni pubblici, da centri storici, da case che dovrebbero e potrebbero essere messe a disposizione della comunità, e che invece subiscono un danno a tutto vantaggio delle élite e delle grandi imprese che si occupano di costruzioni.

 

RDG: Ma se ci si riferisce all’estrattivismo in senso stretto, quindi alla questione legata al petrolio, qual è il ruolo di grandi imprese petrolifere come ENI, che pare abbiano fatto della sostenibilità il loro asset comunicativo?

LM: Come Re:Common seguiamo ENI da più di dieci anni, abbiamo monitorato nel corso del tempo diversi progetti in cui la multinazionale era pesantemente coinvolta, svolgendo anche missioni sul campo, come in Kazakistan e Nigeria. La cosa che più salta all’occhio è, ovviamente, l’impatto ambientale, come nel Delta del Niger dove sono evidenti sversamenti o viene praticato il gas flaring, creando una situazione di forte inquinamento che induce molte persone a fuggire, scappando persino dal Paese.

Durante questo lavoro di monitoraggio, abbiamo osservato come all’interno del concetto dello sfruttamento delle risorse ci sia anche la questione della corruzione, un problema ampio e diffuso e che in Nigeria e in Congo ha portato a processi legali. Basterebbe pensare al caso OPL 245, giacimento ricchissimo in Nigeria, dove secondo le accuse vi sarebbe stato un passaggio di tangenti per un miliardo e cento milioni di dollari (corrispondente all’80% del bilancio sanitario del Paese). Un caso ancora al centro delle dispute e di un processo in corso: negli ultimi giorni del 2017, ENI, Shell e 13 tra manager, politici e intermediari sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale per l’acquisizione del blocco petrolifero offshore. Legato alla vicenda OPL 245 è anche il caso del finto complotto ordito per insabbiare le indagini dei magistrati milanesi, che vede coinvolti, tra gli altri, il pm Giancarlo Longo e Piero Amara, uno degli avvocati esterni di ENI. Indagini sul caso OPL 245 sono tutt’ora in corso negli Stati Uniti e in Olanda. Sono ancora ipotesi, che devono seguire l’iter e le verifiche nei processi. A quella si è aggiunta un’altra inchiesta, legata allo sfruttamento petrolifero in Congo, Paese dove la corruzione è dilagante. In questo caso l’estrattivismo rischia di avere un’ulteriore ricaduta negativa, con risorse che vengono sottratte al territorio per pagare il politico o il manager corrotto di turno.

Il nostro impegno, però, non si rivolge solo all’estero, stiamo lavorando molto anche in Italia come, ad esempio, in Basilicata, monitorando le estrazioni petrolifere e soprattutto il Centro Olii di Viggiano, che ha creato notevoli problemi l’anno scorso con lo sversamento di oltre 400 tonnellate di greggio. Una questione non ancora risolta, al punto che si sta ancora monitorando l’area per cercare di recuperare la maggior parte del petrolio disperso. La popolazione locale lamenta problemi ambientali, studi epidemiologici dimostrerebbero un incremento di alcune patologie. In tutto questo le autorità locali non risultano particolarmente credibili.

Le contraddizioni che vediamo nel Sud del mondo, alla fine, le viviamo quotidianamente anche a casa nostra, dove le multinazionali energetiche si muovono e operano nella stessa maniera. Sempre in Basilicata, ad esempio, la Total dovrebbe fermare la sperimentazione per il nuovo impianto a Tempa Rossa, perché non ha rispettato tutte le procedure decise con la Regione. Un modus operandi abbastanza simile in tutto il mondo.

 

RDG: Le politiche estrattive sono collegate a uno specifico modello di sviluppo, che per crescere consuma suolo a causa della costruzione di infrastrutture sempre più impattanti. Qual è la situazione oggi?

LM: Il TAV e il TAP sono due esempi molto eclatanti, anche se sul TAV in Val Susa ci potrebbe essere ancora spazio per poter intervenire e scongiurare ulteriori danni. Sul TAP i lavori sono già avanzati: i promotori parlano di un gasdotto di soli 700 chilometri, ma la realtà è ben diversa, perché altro non sarebbe che la parte terminale di un’enorme infrastruttura di migliaia di chilometri che si connette con le attività estrattive in Azerbaigian.

È proprio questa caratteristica che giustifica le forti pressioni per poter portare a termine l’opera. Il governo Renzi decise di accelerare, superando ogni interlocuzione possibile con le autorità locali, andando dritto per la propria strada. Un modo autoreferenziale che però è un dato politico: il governo centrale in caso di infrastrutture ritenute strategiche può procedere senza guardare ai territori. In questo caso senza coinvolgere i sindaci pugliesi dell’area, che si sono dichiarati fin da subito contrari all’opera. Ciò non toglie che la società civile è riuscita a organizzarsi, a opporsi alla scelta del TAP, ancora poco trasparente e per nulla monitorabile, considerato che i documenti e gli allegati del contratto non sono mai stati resi pubblici. Una situazione simile per il TAV, dove movimenti e associazioni di base sono in prima linea per chiedere documentazioni attendibili e informazioni certe.

 

RDG: Movimenti, associazioni, comitati: la società civile e i territori si stanno quindi mobilitando? E come?

LM: La cosa rilevante sono state le forti pulsioni dal basso, nei territori, che hanno permesso la nascita di reti e coordinamenti autorganizzati. La crescita della società civile non riguarda solo i numeri dei partecipanti o la loro capacità di mobilitazione. Si parla anche di presa di coscienza e di consapevolezza delle questioni che esulano dal progetto specifico. Gli attivisti dei movimenti No TAP sono stati in Grecia, in Turchia, per cercare di capire cosa significhi costruire un mega gasdotto, dal punto di vista degli impatti ambientali e sociali. Sono diventati via via più consapevoli di cosa significhi permettere che un’opera come questa venga terminata, di come essa si inserisca in un quadro geopolitico più ampio, della questione Azerbaigian e rispetto dei diritti umani.

Questo è un elemento fondamentale: non sempre le lotte portano a risultati sostanziali, il TAP, ad esempio, rischia di essere realizzato, ma anni di lotte hanno permesso alle comunità salentine di consolidarsi, di prepararsi davanti al rischio di una messa in operatività del progetto. E, soprattutto, hanno seminato una consapevolezza molto ampia sugli impatti negativi del progetto, e sul ruolo che governi come quello azero giocano sullo scenario del rispetto dei diritti umani e della libertà di parola. Una mobilitazione, quella No TAP, che ha saputo creare le condizioni per la nascita e la crescita di una società civile attiva e profondamente consapevole.

 

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Luca Manes: giornalista, dal 2000 al 2012 ha lavorato per la Campagna per la Riforma della Banca mondiale. Dal 2012 è il responsabile della comunicazione dell’associazione anticorruzione “Re:Common”. Per entrambe le organizzazioni ha redatto numerose pubblicazioni e seguito numerosi vertici internazionali (G20, G8 e ministeriali del WTO). Ha collaborato con varie testate, tra le quali: “L’Espresso”, “il manifesto”, “Pagina99”, “Liberazione”, “Altreconomia”, “Left”, “Solidarietà Internazionale”, “Nigrizia”, “Valori”, “laStampa.it”, “Unimondo.org”, “Comune.info” e “GreenReport.it”. È co-autore del libro La Banca dei Ricchi (Altreconomia, 2008) e ha scritto la sceneggiatura delle graphic novel Soldi Sporchi (Round Robin, 2015) e L’Alleato Azero (Round Robin, 2016). Ha collaborato alla realizzazione del video The Nuclear Party (2014). Ha ricevuto la menzione speciale nel Premio Addetto Stampa dell’Anno del 2004 per il lavoro svolto durante la ministeriale del WTO di Cáncun del 2003.

 

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Leggi qui la prefazione “I diritti globali al tempo degli algoritmi e del rancore”, di Susanna Camusso,

Leggi qui l’introduzione “La banalità del disumano” di Sergio Segio

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