Juncker bacchetta l’Italia: invertite la rotta. Ma Conte difende la manovra

Juncker bacchetta l’Italia: invertite la rotta. Ma Conte difende la manovra

Al mattino, nella conferenza stampa che segue l’incontro con Giuseppe Conte, il presidente uscente della commissione europea Jean-Claude Juncker è serafico e rilassato. Semaforo verde sul memorandum con la Cina. Nessuna pressione sulla Tav: «E’ un progetto tecnico, non ideologico». Conclude addirittura assicurando che «tra l’Italia e la commissione europea è grande amore», anche se non si risparmia una frecciata: «Bisogna assolutamente dirlo a tutti i ministri italiani».

QUALCHE ORA DOPO, nell’intervista alla radio EuranetPlus, i toni sono ben diversi. «Alcuni ministri italiani sono dei bugiardi. Mentono ai cittadini sui sostegni che l’Europa ha dato all’Italia», sbotta Juncker e prosegue snocciolando miliardi. Tra piano Juncker, sostegno europeo all’economia e aiuti per la crisi migratoria si tratta di una cifra di assoluto rispetto: 130 miliardi.
Non è una ripresa delle ostilità tra Roma e Bruxelles ma la campagna elettorale ha le sue esigenze e l’affondo era quasi un atto dovuto. Juncker, che ha svolto un ruolo essenziale nel “salvare” l’Italia nel dicembre scorso, quando molti Paesi insistevano per la procedura d’infrazione, è inoltre davvero indignato per essere stato trattato da nemico dell’Italia. Lo ha confermato anche al premier Conte: nessuna ostilità pregiudiziale contro il governo italiano. I dubbi sulla manovra erano tecnici e, secondo il presidente della commissione, anche fondati, come si vede ora chiaramente.
Il presidente della Commissione europea lo ripete poi, con le dovute maniere, di fronte ai cronisti: «Sono leggermente preoccupato perché l’economia italiana continua a regredire. Auspico sforzi supplementari per mantenere in vita la crescita italiana». In concreto, il presidente uscente chiede all’Italia un’inversione di rotta: una politica economica basata tutta e solo su investimenti per la crescita. Insiste perché già nel Def che il governo presenterà il 10 aprile siano messe nero su bianco indicazioni precise. E’ una linea sulla quale in realtà concorda anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che lunedì aveva parlato della necessità di finirla con le misure propagandistiche.

L’ANALISI DI CONTE, prima con Juncker, subito dopo con il segretario dell’Ocse José Ángel Gurría, è ben diversa. Se i conti non sono quelli auspicati la colpa è del «rallentamento globale» e della guerra dei dazi. Non è vero che quota 100 e reddito di cittadinanza hanno un effetto moltiplicatore pari a zero. Si può invece attribuire a entrambi un moltiplicatore dello 0,1 e si aggiungeranno gli effetti del decreto crescita, che va nella direzione indicata da Jean-Claude Juncker e sul quale l’intero governo italiano punta moltissimo. Certo, raggiungere l’1% di crescita previsto nella legge di bilancio è fuori discussione, ma l’importante è dimostrare che anche in una fase difficile e che potrebbe diventare tempestosa l’economia italiana sta a galla. Senza stagnazione né recessione, pur se segnando non per colpa del governo il passo. Dunque, con Juncker e con Gurría, Conte fa muro intorno alle misure-bandiera del governo, «Quota 100 e reddito di cittadinanza non si toccano».

NEL DEF, LE CIFRE ci saranno ma nessuno si aspetta che vengano prese sul serio. «Nel documento non cambierà lo scenario concordato con la Commissione in dicembre», anticipa il presidente del consiglio. I conti veri si faranno dopo le elezioni europee, in estate, e il governo spera di presentarsi all’appuntamento in una condizione della crescita meno disastrosa del previsto e con un quadro europeo reso più favorevole dal responso delle urne. Fino a quel momento, una volta varato e debitamente magnificato il decreto crescita che sarà presentato al consiglio dei ministri giovedì, conviene muoversi il meno possibile. Sempre che i mercati già in fibrillazione per lo spettro del no deal sulla Brexit, lo permettano.

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

foto: Zinneke [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]



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Non è vero che la crisi sia eguale per tutti. Negli Usa, a dispetto di una disoccupazione al 9,7%, il quotidiano Wall Street Journal segnala che «nel 2010, i compensi e i benefit distribuiti dalle banche e società  quotate in borsa hanno raggiunto la cifra record di 135 miliardi di dollari, il 5,75% in più rispetto all’anno precedente».

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