Quota 100 fa flop. In pensione solo un terzo di quanti previsti dal governo

Analisi del sindacato e della Fondazione Di Vittorio: usciranno solo 325mila lavoratori, non i 973mila previsti nel Def. Saranno risparmiati ben 7,2 miliardi

Massimo Franchi * • 24/4/2019 • Lavoro, economia & finanza • 435 Viste

«Quota 100 è e sarà un flop totale e non risolverà assolutamente il problema delle pensioni in Italia né tanto meno supererà la riforma Fornero come invece aveva promesso il governo». A sostenerlo la Cgil con una «Analisi prospettica» di 18 pagine firmata dall’Osservatorio previdenza e dalla Fondazione Di Vittorio. Usando gli ultimi dati disponibili dell’Inps sulle domande respinte pari al 18% medio – resi pubblici per primi dal manifesto che ha dato conto di come al Sud si arrivi oltre il 30 per cento – e i trend di domanda dei vari bacini – dipendenti privati, pubblici – e utilizzando gli importi medi di pensione, la Cgil ha delineato un quadro molto preciso su chi usufruirà della norma che permette ai lavoratori con 62 anni di età e 38 di contributi di lasciare il lavoro nel triennio 2019-2021 e dei relativi costi.

I RISULTATI SONO SCIOCCANTI e confermano le previsioni di chi considera Quota 100 un grande inganno e un’occasione sprecata: se il governo prevede 290mila pensionati nel 2019 per la Cgil saranno solo 128.594. Dati ancora più divergenti e flop ancor più conclamato per gli anni successivi: se nel 2020 il Def prevede 327mila uscite e per il 2021 il picco a 356mila, la Cgil stima per ognuno degli ultimi due anni di Quota 100 solo 98.280 pensionamenti stabili nel biennio. Dunque se il governo prevede 973mila pensionamenti con Quota 100, la Cgil li riduce a 325.154 – di cui 207mila lavoratori privati e 117mila pubblici – con uno scostamento della platea di ben 647.846. «Quota 100 coinvolgerà solo un terzo delle persone previste dal governo», sottolinea Ezio Cigna, responsabile della previdenza pubblica della Cgil nazionale.

ANCOR PIÙ DIVERGENTI le stime sui costi. Utilizzando sempre i dati forniti finora dall’Inps – il 45% delle pensioni di «quota 100» è tra i 1.000 e 1.500 euro lordi, il 34% tra i 1.500 e i 3.000 euro lordi – la Cgil ha preso come valore medio di pensione 1.865 euro lordi. I costi complessivi di Quota 100 nel 2019 in questo modo risultano per i privati – da aprile a dicembre – pari a 1 milione e 224mila euro mentre per i pubblici – da agosto (primo mese possibile di pensionamento dovuto alla finestra di 6 mesi) a dicembre – pari a 374 milioni di euro per un totale di 1 miliardo e 598 milioni di euro. Nel 2020 su 12 mesi la quota si alzerà a 4,3 miliardi e nel 2020 a 5 miliardi.

A questi 10,9 miliardi triennali vanno aggiunti i costi del blocco dei 5 mesi dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per la sola pensione anticipata – non per quella di vecchiaia – pari 2,5 miliardi più i miseri 311 milioni di euro per Opzione donna – la norma che permette alle donne di andare in pensione 58 anni e 35 di contributi con il ricalcolo contributivo totale – per un totale definitivo di costi pari a 13,7 miliardi contro i quasi 21 miliardi destinati dal governo in legge di bilancio – 3,9 quest’anno; 8,3 nel 2020 e 8,6 nel 2021 – per una differenza di ben 7,2 miliardi nel triennio.

SOLDI CHE, COME IN TUTTI gli interventi sulle pensioni in questi anni – da ognuna delle sette salvaguardie per gli esodati all’Ape social – sarebbero risparmiati dallo stato. E che potrebbero benissimo venir utilizzati per intervenire veramente per superare la Fornero e le diseguaglianze di sistema.

«I DATI CHE STANNO EMERGENDO – attacca Roberto Ghiselli, segretario confederale della Cgil – dimostrano che anche in questo caso le nostre previsioni erano fondate e che le risorse impegnate a bilancio saranno utilizzate solo in parte. Vi è la necessità, e vi sono quindi anche le condizioni, per intervenire con altre misure, sulla base delle proposte contenute nella piattaforma che il sindacato unitariamente ha presentato al governo, garantendo una flessibilità in uscita per tutti dopo 62 anni e prevedendo interventi che tengano conto della specifica condizione di donne, lavoratori discontinui e precoci, lavoratori gravosi o usuranti e l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia per i giovani. Da tempo – conclude Ghiselli – avevamo chiesto un confronto al governo per una vera riforma che superasse strutturalmente e definitivamente la legge Monti – Fornero, purtroppo si è intervenuti senza ascoltarci. E gli effetti si vedono».

* Fonte: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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