Scontro totale a Palazzo Chigi tra Salvini e Di Maio

Braccio di ferro sulle norme per Roma e sul sottosegretario Siri. Il vicepremier 5S diserta il consiglio dei ministri, poi ci ripensa

Andrea Colombo * • 24/4/2019 • Politica & Istituzioni • 155 Viste

Il Salva Roma non è nel decreto Crescita. Stralciato e destinato a futuro provvedimento specifico. Parola del vicepremier leghista Matteo Salvini che annuncia l’esito del braccio di ferro ancora prima che il consiglio dei ministri che fa da campo di battaglia inizi, in sintomatico ritardo di un’ora. La smentita arriva a stretto giro, affidata alle solite “fonti” pentastellate: «Nessuno stralcio. Il decreto Crescita non è stato ancora discusso».

VERO È CHE MOLTI ministri pentastellati a quella discussione hanno scelto di non partecipare. Troppi perché si tratti di una coincidenza. Non c’è Luigi Di Maio, ufficialmente perché impegnato con la registrazione dell’intervista a Di Martedì. Ma non ci sono neppure Danilo Toninelli, Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro. Salvini è furioso. A chi gli chiede se abbia discusso quello stralcio che somiglia da vicino a uno strappo con il socio Di Maio, il leghista risponde secco: «Non discuto con chi non c’è. Io sono qui per approvare un decreto che riduce le tasse alle imprese. Chi non c’è ha fatto un’altra scelta». Aggiunge, per rincarare la dose, che il consiglio dei ministri partorirà anche le sospiratissime norme sui rimborsi ai «truffati» dalle banche.

Ma il leghista non si ferma al tema in discussione. Va giù anche più duro sul caso del sottosegretario leghista alle infrastrutture indagato, Armando Siri: «Si è colpevoli se condannati, non se si finisce sui giornali. Ho fiducia nella magistratura e per ora Siri resta al suo posto».

È la risposta al cannoneggiamento forse più serrato operato su quel fronte dai 5 Stelle dall’inizio della battaglia. Un’offensiva inaugurata dal presidente dell’Antimafia Nicola Morra, «Se Siri resta al suo posto il Movimento 5 Stelle dovrebbe far cadere il governo», e proseguita con una vera e propria requisitoria pubblicata sul sito del Movimento con «quattro domande» molto affilate sulle contraddizioni di Siri, sui suoi emendamenti a favore dell’eolico, sui rapporti tra la Lega e Paolo Arata. Preambolo eloquente: «Nessuno può nascondersi dietro la presunzione d’innocenza di fronte all’ipotesi di corruzione. A maggior ragione quando emergono legami con la mafia». Conclusione: «Il chiarimento con la Lega non è più rinviabile».

Ovvio che la replica tassativa del capo leghista non convinca affatto Luigi Di Maio che riprende subito a martellare: «Mentre si difende, Armando Siri deve stare in panchina». Poi, appena lasciati gli studi di La 7 sfreccia verso palazzo Chigi per dar man forte ai soli tre ministri pentastellati presenti, Elisabetta Trenta, Barbara Lezzi e Alberto Bonisoli, oltre al premier Giuseppe Conte.

È PROBABILE CHE, se anche fosse stralciato ma senza il semaforo verde dei 5 Stelle, il Salva Roma rispunterebbe in fase di conversione in legge come emendamento. Il blocco opposto dalla Lega al provvedimento non rappresenta solo uno scontro con i soci di governo. Il fronte che tuona contro Matteo Salvini è molto più vasto: va da Giorgia Meloni, che già annuncia il sostegno di Fratelli d’Italia al salvataggio in aula, alla capogruppo di LeU Loredana De Petris, che parla di rappresaglia fatta pagare ai cittadini fermando una norma giusta, fino ai forzisti Gasparri e Giro.

IN EFFETTI LA MOSSA leghista stavolta è quasi impossibile da giustificare, trattandosi di una ristrutturazione del debito che non peserebbe sui cittadini e anzi, nella probabile ipotesi di un abbassamento del tasso vertiginoso concordato a suo tempo da Walter Veltroni, allevierebbe al contrario il peso della Capitale sulla fiscalità generale.

In parte la mossa di Salvini si spiega con la necessità di impedire che alla sindaca Virginia Raggi sia lanciato un salvagente. Ma è improbabile che solo questo calcolo giustifichi la sua opposizione al Salva Roma. C’è di mezzo la paura leghista di veder calare i consensi nelle roccaforti del nord e del nord-est: è a quella base, mai realmente affrancatasi dalla retorica di Umberto Bossi contro «Roma ladrona», che guarda il leader della «nuova» Lega, riscoprendo temi e toni di quella «vecchia».

Che le esigenze della campagna elettorale siano all’origine della tempesta che sta squassando il governo è certo. Ma ogni giorno di più prende corpo il rischio che la sceneggiata a fini di propaganda diventi ingovernabile. E l’eventualità di una crisi che pure in questo momento nessuno vuole emerge proprio dalle parole, in apparenza rassicuranti, di Di Maio, subito prima di entrare nell’arena di palazzo Chigi: «Nessuno sta aprendo la crisi. Ma io non posso accettare che Siri resti sottosegretario».

* Fonte: Andrea Colombo, IL MANIFESTO

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