Attacco al Venezuela. Guaidó chiama alla rivolta militare

L’appello dalla caserma La Carlota. Maduro: «Stiamo sventando un golpe di un piccolo gruppo d’estrema destra e di ex militari». Il presidente della Costituente Cabello: «Chavisti a difendete Miraflores»

Claudia Fanti * • 1/5/2019 • Internazionale • 278 Viste

Il nuovo tentativo di colpo di stato contro il governo Maduro promosso ieri da un ridotto gruppo di militari sotto la guida di Juan Guaidó e Leopoldo López ha colto il paese piuttosto di sorpresa. L’attenzione era semmai rivolta alle nuove iniziative di protesta previste per oggi nel quadro della cosiddetta «Operazione libertà», lanciata lo scorso marzo dall’autoproclamato presidente ad interim come «la fase massima di pressione per ottenere la fine definitiva dell’usurpazione».

NESSUNO, in realtà, aveva preso sul serio l’annuncio di Guaidó relativo all’ennesima «giornata chiave» per la caduta del regime, il suo invito alla «marcia più grande che si sia mai vista in Venezuela»: considerando il flop delle precedenti convocazioni legate a quella che è stata sarcasticamente ribattezzata come «operazione anestesia», non si potevano certo attendere scossoni significativi.

LO SCOSSONE c’è stato invece ieri, provocato dalla frangia più estrema dell’opposizione venezuelana senza l’appoggio di alcuna guarnigione militare e senza il supporto della popolazione. Più che un tentato golpe, forse, una potente operazione mediatica, durante la quale, però, si sono uditi spari e sono stati lanciati lacrimogeni, mentre c’è chi parla anche di alcuni feriti.

L’azione ha preso avvio alle 6 di mattina, quando Guiadó è apparso nei pressi della base di aviazione La Carlota, circondato da militari pesantemente armati, per incitare alla rivolta militare. Accanto a lui il leader dell’opposizione Leopoldo López, sfuggito agli arresti domiciliari per iniziativa, a suo dire, di «soldati obbedienti alla Costituzione e al presidente Guaidó».

La rivolta, a cui ha preso parte un numero limitato ma ancora indefinito di militari, è andata in scena al distributore Altamira, uno svincolo di accesso alla città vicino alla base La Carlota, che un gruppo di oppositori ha anche cercato – invano – di occupare.

I COMANDANTI di tutte le aree territoriali del Paese «hanno espresso la loro totale lealtà nei confronti del popolo, della Costituzione e della patria», ha subito assicurato il presidente Maduro, esortando a mantenere «nervi d’acciaio» e convocando subito la più ampia mobilitazione popolare per «assicurare la vittoria della pace» nel Paese.

UN INVITO rivolto anche dal presidente dell’Assemblea nazionale costituente Diosdado Cabello, che ha esortato tutti i chavisti a recarsi al palazzo presidenziale di Miraflores per difendere la Costituzione e il presidente Maduro. «Stiamo sventando – ha detto – un tentativo di golpe di un piccolo gruppo dell’estrema destra appoggiato da ex militari e da pochi elementi dei servizi di intelligence e dell’esercito bolivariano».

E un’ulteriore rassicurazione è venuta dal ministro della Difesa e comandante in capo della Forza armata nazionale bolivariana (Fanb) Vladimir Padrino López, il quale ha dichiarato via Twitter che la Fanb «si mantiene ferma a difesa della Costituzione e delle sue autorità legittime» e che «tutte le unità militari dispiegate nelle otto regioni strategiche di difesa integrale del paese riportano una situazione di normalità nelle basi militari e nelle caserme, sotto la guida dei rispettivi comandanti naturali». Quindi, in un messaggio rivolto alla nazione alla presenza dell’alto comando militare, ha spiegato che una buona parte dei militari presenti al distributore Altamira era stata condotta lì con l’inganno «per provocare il caos» (una versione confermata anche da alcuni soldati).

DIFFICILE credere che un’azione così circoscritta – un tentativo di golpe «insignificante» a cui è stata data «una risposta immediata», secondo le parole di Padrino – mirasse davvero al rovesciamento di Maduro. È assai più probabile che l’obiettivo fosse quello di provocare una reazione da parte del governo tale da giustificare un intervento militare straniero. O anche, più semplicemente, di «battere un colpo»: a tre mesi dall’autoproclamazione di Guaidó, di fronte all’imbarazzante assenza di qualsiasi risultato concreto e all’ancor più imbarazzante diffusione nelle reti sociali di immagini e commenti satirici sull’inconcludenza del ribattezzato venditore di fumo (con l’hashtag #Guaidopurohumo), il leader dell’opposizione – potentemente ridimensionato anche sulla scena internazionale – doveva necessariamente dare un convincente segno di vita.

PIENO APPOGGIO al golpe è stato espresso, naturalmente nel nome della democrazia, dal governo degli Stati uniti, che, ha garantito il segretario di stato Mike Pompeo, «sostiene il popolo venezuelano nella sua richiesta di democrazia e di libertà». E tra i primi a pronunciarsi è stato il senatore Marco Rubio, che, con toni accorati, ha esortato la popolazione a non lasciar cadere una così preziosa «opportunità»: «Non lasciartela scappare. Potrebbe non essercene un’altra».

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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