Casal Bruciato. Virginia Raggi rompe l’assedio razzista contro la famiglia rom

«Rimangono lì, è loro diritto». La sindaca di Roma tiene il punto della legalità ma viene contestata dalla folla aizzata dai fascisti di CasaPound

Giuliano Santoro * • 9/5/2019 • Paure, conflitti, sofferenze urbane • 289 Viste

Nessun sostegno dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Insieme alla prima cittadina, il direttore della Caritas e il vescovo ausiliario

ROMA. L’immagine di Virginia Raggi, della sua scorta che rompe l’assedio stretto attorno al palazzo di via Sebastiano Satta nel quartiere romano di Casal Bruciato, è quella di una giornata di tensione fatta a cerchi concentrici. Al centro ci sono loro, Senada Sejdovic e suo marito Imer coi loro bambini ancora asserragliati dentro casa. Progettavano una festa per presentarsi ai nuovi vicini. Dalle finestre del secondo piano vedono accendersi conflitti e scombinarsi equilibri politici.
Ad esempio dentro al Movimento 5 Stelle: la visita della sindaca con tanto di incoraggiamento alla resistenza pare non sia stata apprezzata dal «capo politico» Luigi Di Maio in persona, che avrebbe detto ai suoi che avrebbe preferito che Raggi si fosse occupata «prima dei romani». La formula rimanda al «prima gli italiani» di Matteo Salvini e delle destre estreme.

Manifestano sostegno a Raggi – che ha risposto a chi la contestava: «Restano lì perché ne hanno diritto» – il M5S di Roma, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Fuori dal mondo grillino, le esprime solidarietà una buona fetta delle opposizioni, da Forza Italia con la capogruppo Anna Maria Bernini al Pd col segretario Nicola Zingaretti. Assieme a Raggi, in visita agli assediati di Casal Bruciato ci sono il direttore della Caritas don Benoni Ambarus e il vescovo ausiliario di Roma, don Gianpiero Palmieri. Portano l’invito di Papa Bergoglio: proprio oggi in Vaticano era previsto l’incontro tra il Papa e alcuni esponenti del popolo rom.

Il secondo centro concentrico è il quartiere. Dentro una Roma sfilacciata e spesso abbandonata a se stessa Casal Bruciato cerca una sua identità, sospesa tra le lotte del passato e le paure del presente. A sentire le narrazioni delle destre e le semplificazioni mediatiche, ci si immagina una periferia estrema e apocalittica. La realtà è come sempre più complessa. Se si guarda questo territorio venendo dal centro, passando dall’ipermoderna stazione Tiburtina che con l’alta velocità diventa lo snodo più importante della capitale, si ha l’impressione di trovarsi nel cuore vitale di una metropoli caotica ma in movimento.

Procedendo sulla via Tiburtina, però, l’asfalto si fa sempre più irregolare, quasi mangiato dalla crisi. Il sogno industriale della Tiburtina valley lascia il posto a capannoni trasformati in sale da gioco, un distretto dell’azzardo che costeggia i lavori mai finiti del raddoppio della strada, pensato vent’anni fa, quando ancora si immaginava un futuro commerciale per l’area. A sinistra c’è Pietralata, la borgata narrata da Elsa Morante che ha cambiato faccia soltanto alla fine degli anni Settanta, quando il sindaco comunista Luigi Petroselli innalzò il manto stradale sottraendolo alle esondazioni dell’Aniene. Bisogna passare dall’altro lato della Tiburtina, in mezzo ai palazzi sobri del piano casa di Fanfani, per arrivare a Casal Bruciato.

Il terreno della sfida è la piazza Riccardo Balsamo Crivelli, sulla quale affaccia l’appartamento conteso. Ci sono le bandiere tricolori dei fascisti, che non sono più di cinquanta. Al di là dei blindati, ecco un altro cerchio concentrico, l’assedio che ieri ha contestato gli assedianti. Quando gli antirazzisti si contano capiscono che possono partire in corteo per le strade del quartiere, la polizia si sposta. Dal megafono quelli di Asia Usb ricordano a questo quartiere fatto di case popolari e composto da moltissimi reduci di occupazioni e assegnazioni strappate con la lotta che un diritto negato a qualcuno non rappresenta un diritto concesso a tutti. I fascisti di CasaPound, al contrario, portano qui al Tiburtino la parola d’ordine coniate nel corso di un altro assedio recente, quello di Torre Maura, che sostiene esattamente la natura escludente e vendicativa della loro vertenza: «Diritto alla casa, diritto al lavoro – recita lo slogan – Non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro».

A proposito di cori, i capi di CasaPound, qui rappresentata da Mauro Antonini, giurano che non hanno nulla a che vedere col manifestante che l’altroieri è stato sorpreso ad urlare: «Troia, ti stupro!» a Senada Sejdovic mentre entrava in casa sua con in braccio una bambina terrorizzata. Le foto però dimostrano che quel personaggio è comparso più volte dietro ai banchetti dell’organizzazione neofascista con tanto di coccarda. Sarebbero in corso indagini. Una delegazione della Cgil in mattinata ha incontrato il questore di Roma Carmine Esposito per lamentare la tolleranza verso le minacce e le intimidazioni dell’estrema destra. Quest’ultimo, racconta il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Michele Azzola, avrebbe annunciato che tutti i partecipanti alla contestazione organizzata da CasaPound «sono stati deferiti all’autorità giudiziaria».

Alberto Campailla, della campagna solidale Nonna Roma, ha passato la notte assieme della famiglia rom. Dopo di lui ci saranno altri ospiti. «È un segnale per non lasciarli soli, almeno fin quando non finisce il clamore – racconta – Adesso grazie alla generosità di molti stiamo raccogliendo mobili e suppellettili per arredare l’appartamento». Un altro modo di rompere l’assedio.

* Fonte: IL MANIFESTO

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