Roma. Impresa fascista contro mamma e bambini rom a Casal Bruciato

CasaPound e Fratelli d’Italia aizzano la folla contro una famiglia bosniaca assegnataria di alloggio popolare nella periferia romana. Frasi di violenza inaudita rivolte a una donna con sua figlia mentre rientravano in casa

Giuliano Santoro * • 8/5/2019 • Osservatorio razzismo & discriminazioni, Paure, conflitti, sofferenze urbane • 233 Viste

ROMA. «Troia, ti stupro!». L’urlo agghiacciante proviene dalla piccola folla che ha deciso di impedire che una mamma e due bambini facciano ingresso nella casa popolare che è stata loro regolarmente assegnata. Accade ancora una volta nel quartiere romano di Casal Bruciato, alla periferia orientale di Roma. E ancora una volta è un gruppetto di militanti di CasaPound che aizza gli abitanti del quartiere a protestare contro l’assegnazione di una casa ad un nucleo rom, come era successo il mese scorso. L’assedio poco onorevole a madre, padre e due figli dura da due giorni. È stato un crescendo di tensione, fino a quando la famiglia è costretta a rientrare in casa protetta da un cordone di polizia coi vigili a portare loro viveri.

TEMPO QUALCHE ORA, si mobilitano anche gli antirazzisti del quartiere. Alcuni portano le bandiere del sindacato di base degli inquilini Asia Usb, che in questa zona ha un forte e storico radicamento. Provengono dalle lotte per il diritto alla casa che proprio in questi palazzi ha ottenuto conquiste e diritti senza discriminazioni. Cercano di far valere le loro pratiche per sottolineare le contraddizioni di CasaPound. «Difendete gli italiani? – dice ad esempio la signora Annamaria rivolta ai neofascisti – Dove eravate quando mi hanno sfrattata e quattro ragazzi si sono fatti arrestare per difendere me?».

Andrea, quarantenne, rievoca uno spaccato dei pregiudizi nella Roma degli anni Settanta: «Quando eravamo piccoli ci dicevano di non frequentare i figli dei calabresi che vivevano nel palazzo che vedi lì di fronte. Dicevano che puzzavano e che erano delinquenti. Ma noi ce ne fregavamo. Oggi quelli che seminano odio si dovrebbero vergognare».

SOTTO LO STRISCIONE dell’estrema destra si nota un capannello. La tensione è palpabile, dissimulata con sorrisi forzati davanti alle telecamere. «Qua ci stavo prima io», è la discussione tra i capetti di zona di CasaPound e di Fratelli d’Italia, con accuse reciproche di strumentalizzazione elettorale in vista delle europee.

Un fatto analogo a quello di Casal Bruciato accade a Torre Nova, in un altro quadrante della periferia romana non lontano dall’ateneo di Tor Vergata. Sullo sfondo, il fallimento del Piano rom della giunta Raggi. Le famiglia vittime dei piccoli tumulti xenofobi vengono tutte dal campo della Barbuta, a confine sudest tra Roma e Ciampino. Come tutti i campi rom della capitale, è stato creato dalle politiche emergenziali delle amministrazioni comunali precedenti, che in questo caso hanno messo in fila decine di container. Quando era sindaco Walter Veltroni li chiamava «Villaggi della solidarietà». Poi era venuto Gianni Alemanno che li aveva ribattezzati «Villaggi attrezzati». Era piombata la condanna dell’Europa, che vieta l’istituzione di centri di raccolta su base etnica.

ALLA BARBUTA in effetti vivono solo rom, la giunta Raggi prevedeva di sbaraccare tutto entro il 31 dicembre dell’anno prossimo. Ma in pochissimi dei circa 500 residenti hanno trovato soluzioni alternative. Padre, madre e due figli sbarcati a via Satta, qui a Casal Bruciato, sono parte dell’esigua minoranza, 14 persone che, regolarmente inserite in graduatoria, hanno ottenuto un alloggio.

Dopo le proteste «che hanno spaventato i nostri bambini», dicono i genitori, la famiglia ha partecipato ad una riunione in Campidoglio alla fine della quale avrebbe deciso di restare nella casa che gli è stata assegnata. «Ci hanno detto che ci avrebbero tirato bombe e ci avrebbero picchiati. I miei figli hanno visto e sentito tutto. Ora hanno paura. Ma abbiamo diritto alla casa», dice il padre. I loro predecessori, un mese fa, avevano preferito tornare nella baraccopoli. In serata la sindaca fa sapere di essere in contatto con questore e prefetto per monitorare l’ordine pubblico.

RADICALI e Associazione 21 luglio accusano: «L’amministrazione comunale ha consentito ai militanti dell’estrema destra di organizzare presidi senza autorizzazione e di inveire con slogan e minacce verso le famiglie assegnatarie». In effetti, non si capisce come mai il gazebo di CasaPound sia irremovibile, di fronte all’ingresso del palazzo. Oggi i fascisti annunciano corteo. I movimenti danno appuntamento alle 16, per fermare la campagna d’odio.

* Fonte: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

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