Migranti bloccati, ora «Amlo ha l’alibi per militarizzare il Messico»

Intervista a Luis Hernandez Navarro. Secondo l’opinionista del quotidiano «La Jornada» il conflitto imposto da Trump con la minaccia di dazi economici ha fatto crescere un’onda xenofoba

Andrea Cegna * • 14/7/2019 • Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 299 Viste

Intanto la Guardia nazionale, il nuovo corpo di polizia militare voluto dal presidente Obrador ha iniziato ad arrestate i migranti in viaggio verso gli Usa

Arriva la denuncia della Commissione nazionale dei Diritti umani: la Guardia nazionale, il nuovo corpo di polizia militare voluto dal presidente Andres Manuel Lopez Obrador (Amlo), ha iniziato ad arrestate i migranti in viaggio verso gli Usa. Lo stesso Amlo, il 25 giugno, aveva detto che le operazioni di contenimento dei flussi migratori non prevedevano l’arresto, e di fatto il governo non ha mai reso pubblico il protocollo d’azione con cui i 21mila effettivi della Guardia nazionale opereranno al confine con il Guatemala.

SECONDO IL CAPO OPINIONISTA de La Jornada Luis Hernandez Navarro «la nuova Guardia nazionale si è convertita, di fatto, in un ammennicolo della polizia migratoria e nonostante abbia commesso diverse violazioni di diritti umani non ha scatenato la reazione solidale con i migranti da parte della società messicana», a differenza di quanto accadde nello scorso ottobre. Secondo Navarro però c’è di più, ovvero «la migrazione si è trasformata nell’alibi governativo per continuare a militarizzare il paese e a imporre lo stato d’eccezione» per governare i diversi territori.

«Il conflitto imposto dal presidente Usa Trump con la minaccia d’imposizione di dazi economici se il Messico non avesse attivato sforzi ulteriori per il contenimento dei flussi migratori applicando una sorta di border patrol surrogato, ha fatto crescere un’onda xenofoba. I migranti ora sono visti come potenziale problema di sicurezza» continua il giornalista messicano.

L’AZIONE della Guardia nazionale e le altre misure di contenimento dei flussi interni al Messico sono solo una parte delle ricette anti-migranti disposte dal nuovo governo. L’altra, la più importante, è il piano di supporto economico diretto a Guatemala, Honduras e El Salvador, con cui si vorrebbero fermare le partenze all’origine. È «una sorta di Piano Marshall – prosegue Navarro – , che però lascia senza risoluzioni i principali problemi della regione. Il primo è la dipendenza semi-coloniale dalle metropoli e dal governo Usa: che si articola attraverso il finanziamento statunitense ad esecutivi corrotti e dittatoriali, come capita in Honduras, ovvero l’avamposto nordamericano nella regione centrale del continente, come lo definì una volta Gregorio Selser (storico e giornalista argentino morto nel 1991, ndr) o l’apertura costante di maquiladora. I problemi, però, non sono solo quelli economici ma anche quelli legati alla sicurezza, oggi segnata dalla precarierà generata dalla presenza massiccia delle pandillas (o maras), molte delle quali si sono ultimamente rafforzate a causa delle deportazioni di centroamericani dagli Stati uniti».

I PRIMI SETTE MESI di governo mostrano le distanze tra le promesse elettorali e la possibilità di realizzazione, ora il tutto amplificato dall’impegno anti-migranti. Intanto crescono le opposizioni alle grandi opere, come il Corridoio Transístmico, pensato per unire il Golfo del Messico con l’Oceano Pacifico attraverso un «corridoio multimodale», oppure il Tren Maya, o la costruzione di nuove raffinerie. Per Luis Hernandez Navarro «le resistenze territoriali sono segnate già da diversi morti ammazzati. Come Samir Flores, leader comunitario in Amilcingo nello stato del Morelos, ucciso perché si opponeva all’istallazione di una centrale termoelettrica nella regione. Le tante lotte presenti in Messico, però, non hanno un punto d’incontro e di convergenza capace di trasformare il rapporto di forza in qualcosa di più di quello creato nel territorio stesso».

* Fonte: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

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