Ada Colau rimane sindaca di Barcellona. Madrid va al Pp con i voti di Vox

Spagna. La sindaca catalana ingoia il rospo Valls: appoggio esterno e governo con i socialisti. La capitale invece cambia di segno: il popolare Martínez Almeida sfratta Carmena

Luca Tancredi Barone * • 16/6/2019 • Europa • 192 Viste

BARCELLONA. Da ieri tutte le città spagnole hanno un nuovo sindaco. La legge spagnola prevede infatti che 20 giorni dopo il voto si debbano riunire i consigli municipali e in quella sede viene eletto il sindaco: o si trova una maggioranza alternativa di consiglieri, o diventa alcalde il capolista della lista più votata.

A BARCELLONA alla fine Ada Colau ce l’ha fatta, e rimane la sindaca più importante «del cambiamento» ancora in sella: governerà la città altri 4 anni. Naufragato il suo tentativo a di costruire un tripartito con Barcelona en comú, socialisti e Esquerra Republicana (che guidata da Ernest Maragall aveva ottenuto un pugno di voti in più di Barcelona en comú), alla sindaca non rimanevano che due alternative: o cedere la poltrona a Maragall (con o senza accordo di governo), o accettare i voti dell’ex premier francese Manuel Valls, in rotta con il suo partito, Ciudadanos, che pur di non vedere un indipendentista sindaco, aveva annunciato che avrebbe regalato i suoi voti a Colau. Davanti alle enormi pressioni da un lato e dall’altro, Colau ha deciso di far votare gli iscritti, che con più del 70% dei voti hanno chiesto alla loro candidata di guidare la città altri 4 anni ingoiando il rospo Valls. Hanno votato il 40% degli iscritti, circa 4.000 persone, massimo storico. Due anni fa, furono solo in 3.800 a votare per rompere l’alleanza con i socialisti in seguito al loro appoggio alla sospensione dell’autogoverno catalano.

D’altra parte, è il ragionamento di molti, le città sono molto presidenzialiste, il ruolo del sindaco è centrale nelle decisioni: anche se Maragall durante i negoziati aveva offerto a Colau ruoli importanti non sarebbe stata la stessa cosa. Solo all’ultimo momento, e a votazione aperta, Maragall aveva fatto balenare la possibilità di alternarsi alla guida della città, ma ormai era troppo tardi («questa proposta finora non ci era mai stata fatta», ha detto Colau).

PER ESEMPIO A VALENCIA, l’unica comunità dove si rinnova il patto fra socialisti e sinistre (Podemos e Compromís). Nella comunità di Madrid invece, feudo del Pp da 3 decenni, le tre destre dovrebbero raggiungere l’accordo perché i popolari mantengano il controllo di questa comunità chiave. In altre comunità (come Castilla La Manca o Extremadura) i socialisti hanno ottenuto la maggioranza assoluta, in altre dovranno trovare appoggi esterni.

ANCHE A MADRID Ciudadanos aveva cercato di convincere il Pp a dividersi i 4 anni di mandato in due, ma il Pp aveva reagito stizzito. Alla fine, l’accordo prevede che sarà il popolare José Luís Martínez Almeida a far sloggiare Manuela Carmena (la cui lista aveva ricevuto più voti). Per chiudere l’accordo ci sono voluti anche i voti di Vox, che in cambio ha ottenuto la garanzia di avere visibilità nel governo municipale.Ma la settimana politica, a parte l’esercito di vecchi e nuovi sindaci, vede configurarsi i nuovi equilibri. In molte comunità autonome dove si è votato per il rinnovo dei rispettivi parlamenti si stanno raggiungendo accordi.

Se per i comuni i tempi per chiudere i patti sono stabiliti dalla legge, per le comunità autonome e soprattutto per il governo centrale no. Sullo sfondo di tutti questi negoziati locali c’è sempre la questione del governo di Pedro Sánchez: nessuno mette in discussione che sarà lui il presidente, ma come non è ancora chiaro. A parte il braccio di ferro con Podemos sul ruolo che i viola giocheranno nel futuro assetto di governo, c’è comunque il fatto che il Psoe deve ottenere qualche altro voto sparso o astensioni chiave per sperare di superare almeno la seconda votazione di investitura, in cui basta una maggioranza semplice dei voti. Con il sì di Podemos e dei nazionalisti baschi (sempre che si raggiunga un accordo), Sánchez arriverebbe a 171 voti (su 350). L’ideale sarebbe un’astensione di Esquerra Republicana (che ha ben 15 deputati), ma la tensione legata al processo contro gli indipendentisti la rende difficile. Oltretutto i magistrati del Tribunale supremo, che ieri il leader di Izquierda Unida Alberto Garzón non esitava a definire «un potere selvaggio, fuori controllo e ultranazionalista», hanno impedito al leader di Esquerra Oriol Junqueras di prendere possesso del suo seggio di eurodeputato. Il motivo è specioso, dato che un mese fa non gli impedirono di prendere possesso del seggio di deputato nel Congresso: ma se diventasse eurodeputato, la Camera di Bruxelles gli offrirebbe un’immunità che la Spagna gli ha negato, e questo sarebbe un bel problema per i giudici spagnoli. In più c’è la questione dei 4 deputati (uno è lo stesso Junqueras) e un senatore prigionieri: né camera né Senato hanno cercato forme per permettere loro di votare o di delegare il voto. L’anomalia della questione catalana continua a sorvolare il Congresso di Madrid.

* Fonte: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

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