Sudan. Oltre cento manifestanti massacrati da unità paramilitari

Khartoum. Il Nilo restituisce altri corpi di giovani uccisi dai paramilitari nell’azione di forza di lunedì scorso. E ora la giunta ci ripensa, pressata dalle cancellerie internazionali: «Pronti a riaprire il negoziato»

Marco Boccitto * • 6/6/2019 • Internazionale • 265 Viste

Un altro giro da brividi sulla ruota della crisi sudanese. Dopo il massacro di manifestanti inermi, la cancellazione degli accordi raggiunti con l’opposizione e l’annuncio di elezioni-trappola, la giunta militare al potere in Sudan ha innestato ieri una brusca retromarcia riaprendo al dialogo che fino a poche ore prima sembrava chiuso per sempre.

E QUESTO MENTRE IL NILO cominciava a restituire i corpi dei manifestanti uccisi dalle unità paramilitari delle Rapid Support Forces nella tragica giornata di lunedì, confermando le più agghiaccianti testimonianze raccolte a caldo dai media e dalle associazioni mediche. La conta dei morti accertati salirebbe così a un centinaio.

In un discorso televisivo per la festa dell’Eid el Fitr, è lo stesso leader del Consiglio militare di transizione (Tmc), generale Abdel Fattah al-Burhan, a rimangiarsi i toni bellicosi del giorno prima: «È una situazione molto difficile quella in cui sta avvenendo il cambiamento. Ma siamo pronti a parlare con tutti e ad assecondare la volontà popolare, rifiutando qualsiasi agenda straniera».

E dire che il ripensamento sembrava proprio il frutto delle crescenti pressioni internazionali sul Tmc, dopo la condanna quasi unanime – Onu e Unione africana in testa – dell’azione di forza condotta contro la piazza. E dopo la risposta secca – disobbedienza civile diffusa e nuovo sciopero generale – delle Forze per la libertà e il cambiamento (Fcc), l’ampio mix di società civile e partiti politici che ha condotto il negoziato. E che dopo la trentennale presidenza di Omar al Bashir, archiviata a forza di mobilitazioni popolari finite spesso nel sangue, non ha voluto saperne di transizione gestita da un regime militare.

LA GIUNTA PUÒ ANCORA CONTARE sulla “vicinanza” dell’Egitto di al Sisi e il sostegno di Emirati e Arabia saudita, reso più solido dal fatto che il Sudan partecipa alla guerra yemenita nelle file della coalizione a guida saudita. Fin qui l’ostruzionismo di Cina e Russia in sede Onu è sembrato più un riflesso condizionato allo sbilanciarsi della diplomazia Usa a favore di un governo civile. Ma dopo la secessione del Sud Sudan, buona parte del petrolio di cui disponeva il paese ha preso un’altra strada. Resta da vedere quanto Mosca e Pechino vorranno ancora spendersi a favore dei generali. Tanto più se le purghe con cui il Tmc ha provato a rupulire la sua immagine non hanno minimamente sfiorato l’uomo forte del Consiglio, Mohammed Hamadan – detto Hemeti -, il generale che controlla tra l’altro le Rapid Support Forces.

QUANTO ALLA FINE del Ramadan, la sfida lanciata ieri dalle forze che per sei mesi hanno mobilitato tutto il paese e che negli ultimi due hanno mantenuto il sit in di fronte alla sede dell’esercito – prima che venisse spazzato via armi alla mano – sembra aver avuto successo. In molti hanno celebrato la ricorrenza fuori casa, incuranti dei soldati che presidiavano le strade.

* Fonte: Marco Boccitto, IL MANIFESTO

 

photo: M.Saleh [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

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