Sudan. Oltre cento manifestanti massacrati da unità paramilitari

Sudan. Oltre cento manifestanti massacrati da unità paramilitari

Un altro giro da brividi sulla ruota della crisi sudanese. Dopo il massacro di manifestanti inermi, la cancellazione degli accordi raggiunti con l’opposizione e l’annuncio di elezioni-trappola, la giunta militare al potere in Sudan ha innestato ieri una brusca retromarcia riaprendo al dialogo che fino a poche ore prima sembrava chiuso per sempre.

E QUESTO MENTRE IL NILO cominciava a restituire i corpi dei manifestanti uccisi dalle unità paramilitari delle Rapid Support Forces nella tragica giornata di lunedì, confermando le più agghiaccianti testimonianze raccolte a caldo dai media e dalle associazioni mediche. La conta dei morti accertati salirebbe così a un centinaio.

In un discorso televisivo per la festa dell’Eid el Fitr, è lo stesso leader del Consiglio militare di transizione (Tmc), generale Abdel Fattah al-Burhan, a rimangiarsi i toni bellicosi del giorno prima: «È una situazione molto difficile quella in cui sta avvenendo il cambiamento. Ma siamo pronti a parlare con tutti e ad assecondare la volontà popolare, rifiutando qualsiasi agenda straniera».

E dire che il ripensamento sembrava proprio il frutto delle crescenti pressioni internazionali sul Tmc, dopo la condanna quasi unanime – Onu e Unione africana in testa – dell’azione di forza condotta contro la piazza. E dopo la risposta secca – disobbedienza civile diffusa e nuovo sciopero generale – delle Forze per la libertà e il cambiamento (Fcc), l’ampio mix di società civile e partiti politici che ha condotto il negoziato. E che dopo la trentennale presidenza di Omar al Bashir, archiviata a forza di mobilitazioni popolari finite spesso nel sangue, non ha voluto saperne di transizione gestita da un regime militare.

LA GIUNTA PUÒ ANCORA CONTARE sulla “vicinanza” dell’Egitto di al Sisi e il sostegno di Emirati e Arabia saudita, reso più solido dal fatto che il Sudan partecipa alla guerra yemenita nelle file della coalizione a guida saudita. Fin qui l’ostruzionismo di Cina e Russia in sede Onu è sembrato più un riflesso condizionato allo sbilanciarsi della diplomazia Usa a favore di un governo civile. Ma dopo la secessione del Sud Sudan, buona parte del petrolio di cui disponeva il paese ha preso un’altra strada. Resta da vedere quanto Mosca e Pechino vorranno ancora spendersi a favore dei generali. Tanto più se le purghe con cui il Tmc ha provato a rupulire la sua immagine non hanno minimamente sfiorato l’uomo forte del Consiglio, Mohammed Hamadan – detto Hemeti -, il generale che controlla tra l’altro le Rapid Support Forces.

QUANTO ALLA FINE del Ramadan, la sfida lanciata ieri dalle forze che per sei mesi hanno mobilitato tutto il paese e che negli ultimi due hanno mantenuto il sit in di fronte alla sede dell’esercito – prima che venisse spazzato via armi alla mano – sembra aver avuto successo. In molti hanno celebrato la ricorrenza fuori casa, incuranti dei soldati che presidiavano le strade.

* Fonte: Marco Boccitto, IL MANIFESTO

 

photo: M.Saleh [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]



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